Giù le mani dalla bandiera. Tra sequestri e progetti di legge Il vessillo della Serenissima non può entrare negli stadi: a Padova il primo sequestro a danno di un ragazzino di 14 anni Zaia: “Atto di inciviltà”. La Regione lancia la sfida a Roma

Dopo la richiesta d’autonomia, ormai insabbiata dal governo Pd-5 Stelle, in Veneto lo Stato mette al bando anche la bandiera con il leone di San Marco, il simbolo della Serenissima Repubblica di Venezia. Il gonfalone giallorosso a sette code (nella versione moderna una per ciascuna provincia della regione), può continuare a sventolare sui municipi e le scuole – ci mancherebbe pure questa – ma non allo stadio: qui, se trovato tra le mani degli spettatori – che si tratti di ultras dalle facce poco raccomandabili o bambini col moccio al naso non conta – viene ritirato dagli steward, su disposizione del ministero dell’Interno, e consegnato alla polizia. La scritta “Pax tibi Marce, evangelista meus” (“Pace a te Marco, mio evangelista”) che campeggia sul libro tenuto sotto la zampa destra dal leone alato è considerata fuorilegge all’interno degli impianti sportivi. Sembra impossibile, e invece – questi sono i tempi – è tutto vero. Quanto accaduto domenica pomeriggio a Padova lascia attoniti. Un ragazzino di 14 anni, accompagnato dalla mamma e dal fratello più piccolo, è potuto entrare allo stadio Euganeo solo dopo aver consegnato la bandiera di San Marco ai responsabili della sicurezza. L’adolescente è rimasto di sasso, così come la madre. È stato uno spettacolo ancora più triste della partita di Serie C tra i padroni di casa e il Sudtirol. Un episodio del genere, a Padova, non si era mai verificato. A memoria non era mai accaduto prima in nessun altro stadio o palazzetto del Veneto. Il questore patavino Paolo Fasari ha motivato così l’accaduto: «Possono entrare allo stadio solo le bandiere delle due tifoserie e quella italiana. In questo caso si trattava di una bandiera venetista». Ora: non mettiamo in dubbio la veridicità del regolamento citato dal questore, e però ci chiediamo – senza tirare in ballo i vessilli con la falce e il martello e col volto di Che Guevara che fino all’altro giorno tappezzavano liberamente certe curve – perché in base alla stessa normativa non venga riservato il medesimo trattamento ai vessilli del Portogallo o del Belgio, ad esempio, esposti ogni volta dai tifosi di Juve e Inter per sostenere Cristiano Ronaldo e Lukaku. “Venetista”, poi, è chi difende e promuove la cultura veneta: ciò rappresenta un problema per l’ordine pubblico?

SEGUE DALLA PRIMA

Se è così, chi di dovere lo dica apertamente. Il questore ha anche ricordato che «da oltre 12 anni è in vigore una determinazione dell’Osservatorio Nazionale sulle manifestazioni sportive che consente di introdurre negli stadi striscioni o quanto ad essi assimilabili solo se preventivamente autorizzati, e che possono liberamente essere introdotte ed esposte le bandiere riportanti i colori sociali delle due squadre che disputano l’incontro». Di questi tempi un lusso! La reazione del governatore leghista Luca Zaia è stata durissima: «Vietare l’ingresso in uno stadio alla bandiera con il leone di San Marco è quantomeno incivile. Chiederò l’intervento del ministro dell’Interno». Ma Zaia ha anche rilanciato. Con un progetto di legge approvato all’unanimità dalla giunta regionale, ha riproposto l’obbligatorietà di esporre il vessillo del Veneto su tutti gli edifici pubblici, sia statali sia facenti capo ad amministrazioni locali. «La bandiera del Veneto è il simbolo dell’identità e della storia di un popolo. Farla sventolare dalle sedi degli uffici pubblici è esclusivamente un atto di rispetto per la nostra comunità. Oggi riproponiamo questa legge, che un anno fa è stata bocciata dalla Corte Costituzionale. Lo facciamo perché abbiamo la certezza che contiene un principio sacrosanto che merita di essere difeso. Mi auguro che questa volta non venga impugnata dal governo. Se fosse ancora così» ha concluso il “doge” «tuteleremo fino in fondo e in tutte le sedi possibili il diritto di esporre la nostra bandiera. Penso che nessuno possa vedere un atto di provocazione, perché è soltanto un gesto di considerazione dovuto alla comunità di un territorio».