Hellas-Milan: complicata per tutte e due I gialloblù hanno continuità, ma i rossoneri vogliono restare in corsa per la Champions

Cresciuto nel florido vivaio juventino, Vinicio Verza è stato uno dei tanti giocatori dotati di talento, usciti dal settore giovanile bianconero. Era il classico fantasista, ruolo diventato sempre più merce rara nel calcio di oggi. Dopo una stagione da protagonista con la maglia del Vicenza, con la quale conquistò la promozione in serie A, fu richiamato a Torino. «A dire la verità – confessa – io non volevo tornare alla Juve. A Vicenza avevo conosciuto quella che poi è diventata mia moglie. Stavo bene, non avevo alcun motivo di cambiare squadra». Ma la Juve è sempre la Juve. Anche se davanti c’era un certo Franco Causio. «A Torino arrivai che ero ancora molto giovane – racconta – e in panchina mi sono ritrovato con Fanna e Cabrini, che poi trovò comunque presto una maglia di titolare. Furono anni importanti per la mia crescita professionale, dove ho avuto la fortuna di giocare a fianco di tanti campioni».
MILAN E VERONA
Milan e Verona sono le due parentesi forse più importanti della sua carriera. «Prima del Milan – puntualizza – ci fu l’anno con il Cesena dove alla fine ci salvammo all’ultima giornata proprio a spese dei rossoneri. Non ero convinto di scendere di categoria ma il presidente Lugaresi, una persona squisita, mi disse ‘Vinicio tu sei un lusso per noi, anche se in B, ti meriti un grande club’. E quella scelta, forse un po’ azzardata, si rivelò giusta. In rossonero ho disputato le mie migliori stagioni. Sono stati tre anni splendidi e pieni di soddisfazioni». A cambiare le carte in tavola, un curioso aneddoto. « C’era Liedhom allenatore che si affidava spesso al famoso ‘mago’ Mario Maggi secondo il quale io avrei dovuto avere la maglia numero 7. Persi così la 10 alla quale tenevo tanto». Ed ecco il Verona, dove c’era da sostituire un certo Pierino Fanna. «Le aspettative erano quelle ma io ero un giocatore con caratteristiche diverse. Sempre un’ala ma con meno corsa che amava puntare sulla qualità delle giocate. Poi ebbi la fortuna di trovare uno come Bagnoli che mi lasciava ‘girovagare’ per il campo, libero di fare ciò di cui ero capace. Anche a Verona furono tre anni splendidi. Confesso, non me ne sarei mai andato. Purtroppo dopo lo scudetto la società, per tentare di stare al passo con i più grandi, dovette sopportare sforzi economici importanti che alla fine finirono per pesare negativamente». E Verona-Milan oggi? «Partita complicata, soprattutto per il Verona. I gialloblù hanno ritrovato una certa continuità di risultati mentre i rossoneri, che arrivano dal turno di Europa League, devono rimanere in corsa per la Champions. Sarà una sfida impegnativa per tutte e due le squadre».
COMO, ULTIMA FERMATA
Via da Verona, ecco il Como che diventò l’ultima fermata della sua carriera. «A Como vissi un’esperienza inaspettata. Mi volle Marchesi ma quando arrivai il presidente mi disse che non rientravo nei loro piani. Giocai poco e sul finire della stagione, esasperato per il trattamento subito, passai le ultime giornate a fare l’allenatore dei portieri. A fine stagione decisi di smettere, rifiutando anche una proposta della Fiorentina. Scesi dal treno, definitivamente». Il calcio di oggi? «Lo seguo con distacco, onestamente è un mondo diverso che non mi piace più, anche se ha rappresentato la mia vita. La differenza rispetto a miei tempi? Mi vengono in mente le parole che lessi, piangendo, ai funerali di Paolo Rossi, suggerite da mia moglie: ‘Eravamo la generazione dell’essere e non dell’apparire’». Proprio così.
Enrico Brigi