Tutti guardano il “modello Verona” In vista del 25 settembre tutti ci pensano: il centrosinistra, per ripetere il successo di Damiano Tommasi, il centrodestra per evitare gli errori commessi nella nostra città

E adesso è già partita la “corsa” al “laboratorio Verona”. Già, troppo vicino il boom elettorale di Damiano Tommasi e troppo vicino, anche, l’appuntamento di settembre, che nessuno aveva peraltro messo in conto.
Così, ha cominciato ieri Concita De Gregorio, su Repubblica, a indicare il “modello Verona” a un centrosinistra come sempre in “cerca d’autore”. E oggi, un po’ tuttii quotidiani hanno richiamato in causa Damiano Tommasi, equiparato al sindaco di Milano Sala, per una politica “porta a porta” che ha fatto centro.
Di sicuro, ci potremmo scommettere molto, sul lato centrodestra c’è la corsa a non imitare il ”modello Verona”, visti i risultati. Anche se, quanto a litigiosità, almeno per ora, il centrodestra non è cetto inferiore al centrosinistra.
Di là, non si capisce dove andranno a finire Calenda e Renzi, ad esempio. Mentre non ci sono dubbi sul destino di Conte e di quel che resta del “fu Movimento 5 Stelle”.
Di qua non va meglio, anzi. Si va da chi reclama la leadership per i numeri in possesso (vedi Meloni) a chi invoca l’esito delle urne per definire la guida della squadra e, dunque, il ruolo di leader (Salvini, Berlusconi).
Insomma, questa “unità d’intenti” sbandierata subito dopo l’esito dell’infausto ballottaggio veronese, è ancora molto lontana dall’essere raggiunta.
Come si dice, in questi casi, la sensazione, in un campo o nell’altro, è che le recenti lezioni (positive o negative) non siano state poi così recepite. E l’obiettivo primo resta sempre (almeno questa è la sensazione) non tanto la “vittoria di squadra” o l’interesse del paese (un politico questo dovrebbe guardare, no?) ma interessi di altra natura, che ben poco hanno da spartire con la recessione, la crisi energetica, gli stipendi sempre meno incisivi, la guerra in Ucraina, per finire col Covid che torna.
Certo, mancano due mesi e in 60 giorni tante cose possono accadere, questo è certo. Anzi, tante cose devono accadere, se vogliamo davvero che il “sacrificio” di Draghi non sia stato inutile. A proposito di Draghi,c’è anche chi (leggi, Renzi) ha già giurato che farà di tutto per poterlo riproporre, seguendo, tra l’altro, l’inclinazione neppure troppo nascosta del presidente Mattarella. Il quale, dal canto suo, si starà probabilmente chiedendo “ma chi me l’ha fatto fare?”. In fondo, lui era rimasto, convinto di avere una spalla sicura in Mario Draghi, che riteneva inaffondabile. E si ritrova invece a dover gestire l’ennesima crisi di Governo, senza riferimenti certi.
Per questo, anche Mattarella, spera che alla fine, il buonsenso (ma esiste, in politica?), prevalga e si possa riprendere un filo interrotto, lui spera, non definitvamente. L’alternativa è “Letta o Meloni”, come ha detto nei giorni scorsi il segretario del Pd. Ma saranno d’accordo i suoi compgni di viaggio? E quelli di Giorgia Meloni? L’unità d’intenti, a parole è sempre benedetta, ma trovarla nei fatti è un mezzo miracolo. Auguri a tutti, ne abbiamo bisogno.