Ricavi ancora in crescita: +8%

A trainare la società padovana sono le “penne per le terapie antidiabete e obesità”

Ricavi in crescita dell’8%, margini in miglioramento e un utile netto che cala per colpa di una cessione. Il secondo trimestre 2026 di Stevanato Group, il colosso veneto delle siringhe, dei flaconi e delle penne per farmaci quotato a Wall Street, ha due facce, e la sintesi sta tutta nella differenza tra i numeri “reali” e quelli “rettificati”.
Tra aprile e giugno il gruppo ha fatturato 302 milioni di euro, contro i 280 dello stesso periodo del 2025.
A trainare è la divisione Biopharmaceutical and Diagnostic Solutions (Bds), che pesa quasi il 90% del giro d’affari: 266,2 milioni, in aumento del 9% (10% a cambi costanti). Più lenta la divisione Engineering, quella che costruisce macchine e linee per l’industria farmaceutica, scesa del 2% a 35,8 milioni.
La notizia migliore arriva dalle cosiddette soluzioni ad alto valore aggiunto, le siringhe preriempite di fascia alta e i flaconi pronti all’uso, cresciute del 16% fino a 135,9 milioni. Oggi valgono il 45% dei ricavi totali, quota in salita rispetto al 42% di un anno fa. È il segmento dove i margini sono più alti e dove il gruppo ha puntato di più.
Si vede nella redditività. Il margine lordo è salito di 60 punti base al 28,7%, mentre l’Ebitda rettificato è cresciuto del 21% a 78,7 milioni, con un margine che passa dal 23,2% al 26%. Hanno aiutato i nuovi stabilimenti di Latina e Fishers, nell’Indiana, oramai a regime, e un recupero dell’Engineering, dove il margine lordo è quasi raddoppiato, dal 6,6% al 12%. Hanno frenato i maggiori ammortamenti, i costi dell’energia e l’effetto cambio.
Il 30 giugno Stevanato ha chiuso la vendita di Balda C. Brewer, controllata californiana specializzata nella produzione per conto terzi di materiali di consumo per la diagnostica, che nel 2026 avrebbe generato circa 30 milioni di ricavi.
Una realtà considerata non strategica: la sua cessione ha comportato oneri una tantum per 12,2 milioni tra perdita sulla cessione e costi di transazione.
A questo si aggiunge un carico fiscale più pesante, 15,2 milioni contro 9,4, dovuto alla fine di un incentivo fiscale italiano e all’assenza di benefici fiscali dalla vendita.
Risultato: l’utile netto reale scende a 23 milioni, contro i 29,7 del 2025, e l’utile per azione si ferma a 0,08 euro. Depurando le componenti straordinarie, l’utile netto rettificato sale del 20% a 37,6 milioni e l’utile per azione rettificato passa da 0,11 a 0,14 euro. Sul fronte finanziario il quadro resta quello di un’azienda in piena fase di investimento. Il flusso di cassa libero è negativo per 32 milioni, la liquidità è di 78,6 milioni e l’indebitamento netto sale a 360,3 milioni, dai 337,7 di fine 2025. Gli investimenti del trimestre sfiorano i 52 milioni e sono destinati soprattutto ai nuovi impianti in Italia e negli Stati Uniti, oltre che al programma Alina, la penna iniettabile sviluppata in Germania. Il gruppo ha aggiornato le previsioni per l’intero anno. I ricavi sono attesi tra 1,26 e 1,28 miliardi (prima il tetto era 1,29), mentre l’Ebitda rettificato dovrebbe collocarsi tra 335 e 345,2 milioni e l’utile per azione rettificato tra 0,60 e 0,62 euro. Al netto della cessione e dell’effetto cambi, la crescita organica implicita è stimata tra l’8 e il 10%, più alta del 6-9% indicato in precedenza.
Che cosa fa Stevanato
Pensate a ciò che sta dentro una confezione di farmaco iniettabile: il flaconcino di vetro, la siringa già riempita, la cartuccia della penna per l’insulina o per i farmaci contro l’obesità.

Stevanato produce questi contenitori, e anche i dispositivi per somministrare il farmaco, come penne e autoiniettori. Ci aggiunge i servizi di analisi sui materiali e, con la divisione Engineering, costruisce macchine per formare il vetro, assemblare, ispezionare e confezionare i prodotti. La forza sta proprio in questa integrazione: dalla progettazione del contenitore alla linea che lo produce, passando per i test. Con circa 6mila dipendenti e oltre 700 clienti nel 2025, il gruppo lavora con 23 delle prime 25 aziende farmaceutiche al mondo.
Secondo le stime aziendali è primo al mondo nei flaconi pronti all’uso e nelle cartucce per penne, secondo nelle siringhe preriempite. Un peso crescente ha il mercato dei farmaci biologici e in particolare dei GLP-1, le molecole usate contro diabete e obesità. Nel secondo trimestre hanno rappresentato circa il 22-23% dei ricavi, contro il 19-20% dell’intero 2025. Tra le novità citate dal gruppo, una terapia a base di liraglutide approvata in diversi Paesi europei usa proprio la penna Alina di Stevanato.
Una storia veneta lunga 77 anni
L’azienda nasce nel 1949 a Piombino Dese, nel Padovano, dove ha ancora oggi la sede legale e il quartier generale, e resta saldamente nelle mani della famiglia: Franco Stevanato è presidente e amministratore delegato. Per i primi anni l’attività è la lavorazione del vetro, poi nel 1971 arriva la specializzazione farmaceutica con la trasformazione del tubo di vetro in contenitori. Seguono l’espansione internazionale, con stabilimenti in Slovacchia, Cina, Messico e Brasile, l’ingresso nell’ispezione visiva nel 2007 e il brevetto della tecnologia EZ-fill nel 2008. Dal 2016 si aggiungono plastica e assemblaggio, nel 2020 i servizi analitici internazionali.
I numeri raccontano bene la crescita. I ricavi sono passati dai 537 milioni del 2019 agli 1,186 miliardi del 2025, con un tasso medio annuo del 13%, mentre il peso delle soluzioni ad alto valore è salito dal 17% al 46%. Oggi il gruppo conta 12 siti produttivi e di ricerca tra Europa, Stati Uniti, America Latina e Cina, con due cantieri aperti, a Latina e a Fishers. Quello cinese di Zhangjiagang è stato messo in pausa, con l’espansione spostata in Italia su richiesta di un cliente di riferimento.
La Borsa
Il salto internazionale è arrivato nel 2021 con lo sbarco al New York Stock Exchange, dove il titolo è quotato con il simbolo STVN. La famiglia mantiene il controllo del capitale, un elemento che, insieme alla rilevanza del settore sanitario, porta con sé il golden power del Governo italiano su alcune operazioni.
Il percorso del titolo non è stato lineare. Dopo i massimi vicini ai 33 dollari del 2024, le azioni sono scese verso i 14-15 dollari tra gennaio e marzo di quest’anno, minimo a 12,89 dollari nelle ultime 52 settimane, per poi recuperare. Oggi viene prezzata a 19.21 dollari per una capitalizzazione di circa 6 miliardi di dollari, con un rapporto prezzo/utili vicino a 27. Il massimo delle ultime 52 settimane resta a 28 dollari.
Il nodo per gli investitori è sempre lo stesso: i margini. Il gruppo punta a un Ebitda rettificato intorno al 30% nel medio termine, ma deve prima smaltire il peso degli ammortamenti dei nuovi impianti, riportare in positivo il flusso di cassa e ridurre l’indebitamento mentre il ciclo di investimenti rallenta.