Nicola Pasetto e le “cattive maestre”

Francamente, ho sperato che la polemica sulle farlocche dichiarazioni in Consiglio comunale di Chiara Stella scemassero e finissero nel dimenticatoio. Invece, si sono aggiunti ieri i commenti di  Jessica Cugini e del gruppo consiliare di Damiano Tommasi ad unire stupidaggini a stupidaggini che mi ritrovo obbligato a dire la mia.

Ho conosciuto Nicola Pasetto quando entrambi portavamo i calzoni corti ed ho vissuto le tensioni degli Anni Settanta. Derubricare Nicola Pasetto a “picchiatore fascista” vuol dire non conoscere nulla né della persona né della politica e della storia recente del nostro Paese e della nostra città. Mancanza grave per chi vuole occuparsi della vita pubblica.

Negli Anni Settanta la politica era cosa vera, vissuta. Era nelle strade. I ragazzi ci credevano, parlavano di questo, vivevano di questo. Con l’entusiasmo e gli eccessi dell’età e delle conoscenze di cui disponevano. Non avevano internet, i social, gli smartphone. Si andava di ciclostile, di scritte con la vernice sui muri. Si era circondati da cattivi maestri e dalla loro velenosa retorica. Diciamo che in tanti volevano proseguire la guerra civile – vincitori, vinti e approfittatori – usando come manovalanza un’intera generazione. C’erano la Guerra Fredda, la questione aperta dei nostri confini orientali, c’era un’economia rampante, ma fragile. C’era la diffusione virulenta della droga e della criminalità organizzata. C’era il terrorismo che reclutava in quella generazione. Insomma, non erano anni facili.

Nicola Pasetto ha iniziato a fare politica in quegli anni e lo ha fatto dalla posizione più scomoda e minoritaria. Lo ha fatto rischiando di persona e crescendo in una cultura dove lo scontro era non soltanto verbale, ma anche fisico. Che finisse a botte ci stava, era nelle cose. Lo sapevano tutti. Ciò nonostante, tutti partecipavano.

Nelle manifestazioni tutti portavano una chiave inglese, abbondavano i tirapugni e i coltelli. Si imparava a sparare a quattordici anni, appena ci si poteva iscrivere al Tirassegno di Ponte Catena. Sbagliare strada, ritrovarsi isolati in una manifestazione erano errori che si pagavano caro. Quei ragazzi hanno avuto il battesimo del fuoco in piazza, facendo a botte. Erano ragazzi di destra e di sinistra.  Se le sono date di santa ragione per ragioni che oggi molti faticano a ricordare. Ma noi ricordiamo però benissimo cosa ha significato per quei ragazzi la vicenda di Sergio Ramelli: la più totale impunità per chi sprangava a morte uno di destra. Questo sì, ha fatto la differenza. Su entrambi i lati della barricata.

Non sto glorificando quegli anni. Sono morte decine di persone perbene, sono state spezzate vite che avrebbero potuto dare molto alla nostra comunità.

Ma non si può ricordare quella stagione politica – a destra come a sinistra – soltanto con quegli scontri di piazza. Quella generazione si è picchiata per ideali veri, per visioni del mondo diverse, ma con un filo conduttore – quello della passione civile – che oggi quasi nessuno riannoda.

Nicola Pasetto si è battuto in prima persona contro i trafficanti di droga (e lo ha fatto quando Verona era la Bangkok d’Italia, quando i trafficanti uccidevano i poliziotti nella nostra città…); per la libertà dei popoli dell’Europa orientali schiacciati nella totale indifferenza dell’Occidente da Mosca; per la “pulizia” della politica. Ha tenuto lontano dal terrorismo decine di ragazzi.

Ha fatto a botte quando era un giovane militante? Sì, come mille altri che oggi militano nella destra e nella sinistra democratica.  

Era un picchiatore? No.

Merita l’intitolazione di quel tratto di Lungadige? Sì, perché rappresenta una generazione e un’intera stagione politica veronese che non va cancellata perché sta alla base del vivere civile di oggigiorno.  Una titolazione necessaria – non l’unica possibile, evidentemente – quando anche da noi, come fatto da Pedro Sanchez in Spagna, si vuole riaprire la “guerra civile”. Si vuole scavare un solco nella società utilizzando la storia drammatica del nostro Paese per fini meramente utilitaristici. Il Consiglio comunale non è un bar, non dovrebbe esserci spazio per chiacchere sconclusionate o nuove strategie della tensione.