Benzinai, margini dimezzati

Adesso che è partita la “caccia all’untore” coi distributori di carburante nel mirino degli automobilisti arrabbiati e della Guardia di Finanza, è il caso di verificare se davvero la speculazione che ci sta mangiando circa 5 miliardi di euro, stime Unimpresa di oggi, sia imputabile al signore alla cassa della nostra pompa di benzina preferita.

Perché se è certo che benzina e gasolio costano di più – nell’attesa che il Governo oggi sterilizzi le accise –  è altrettanto vero che alla pompa troviamo un altro poveraccio come noi che assai probabilmente vende lasciando buona parte dei suoi margini per terra.

La tabella in questa pagina cerca di spiegarlo: i prezzi sono quelli che vengono pagati all’ingrosso dai distributori, quelli che si approvvigionano sul mercato libero, dalle raffinerie, e quelli che invece hanno contratti di fornitura con le grosse compagnie a medio/lungo termine. I prezzi sono senza e con IVA che pesa per il 22% sul prezzo finale del carburante che mettiamo nei nostri serbatoi. Ieri vi avevamo mostrato come ai gestori rimanga circa il 10% del prezzo al litro e con quello debbano pagare gli affitti d’impresa, le royalties se operano su una autostrada, i costi generali e portare a casa uno stipendio. Ebbene, a Verona oggi quel 10% è assai lontano dall’essere incassato.

Prendiamo il fornitore di carburante più caro per i distributori: il prezzo atteso vede un margine per il benzinaio che va dal 4,9% del diesel al 5,7% per la benzina. Vuol dire che metà del margine viene “abbandonato” per mantenere competitivo il proprio impianto. Va un po’ meglio ai gestori con contratti delle compagnie petrolifere: in questo caso la forchetta è 5,1-6,1% per il gestore. Il guadagno a fine giornata? Circa 9  cent a litro erogato.

Insomma, la speculazione – che pure c’è – non sta alla pompa. Secondo un’analisi del Centro studi di Unimpresa,  il prezzo del gasolio è passato da 1,59 euro al litro il 1° marzo a 2 euro il 9 marzo, mentre la benzina è salita nello stesso periodo da 1,68 a 1,84 euro al litro (per capirci, all’avvio della guerra in Ucraina la benzina schizzò a 2,15 e il gasolio a 2,0 euro/litro). E la svalutazione euro-dollaro nel periodo è stata dell’1%.

In questo  mese di marzo,  il Brent è aumentato da 75 a 93 dollari al barile, con una crescita del 24%. La differenza tra i due carburanti è significativa: mentre la benzina ha registrato un rincaro complessivo in linea con la variazione teorica legata alla materia prima (circa 17 centesimi al litro considerando anche l’effetto IVA), il gasolio ha segnato un aumento quasi doppio rispetto a quello giustificabile dai costi industriali. L’incremento atteso per il diesel sarebbe stato infatti di circa 19 centesimi al litro, a fronte dei 41 centesimi effettivamente registrati, con uno scarto compreso tra 20 e 22 centesimi riconducibile all’espansione dei margini lungo la filiera distributiva. 

Osservando poi il ciclo degli ultimi anni, emerge che tra marzo 2024 e maggio 2025 il Brent è sceso da circa 85 a 64 dollari al barile (–24,7%), mentre nello stesso periodo la benzina è diminuita da 1,88 a 1,70 euro al litro (–9,6%) e il gasolio da 1,81 a 1,57 euro (–13,3%), confermando una trasmissione solo parziale dei ribassi del greggio ai prezzi finali.  Questa trasmissione risulta così fortemente asimmetrica: quando il petrolio sale i listini alla pompa si adeguano in 24-72 ore, mentre quando scende il calo arriva con ritardi di 2-4 settimane.  E ancora,  gran parte del carburante venduto nei primi giorni di marzo era stato raffinato con greggio acquistato settimane prima, quando il Brent oscillava tra 70 e 77 dollari al barile. Tuttavia, i listini sono stati aggiornati immediatamente come se il carburante fosse già stato prodotto con petrolio a 93 dollari.