Botteghe artigiane, a Verona crollo del 5%. CGIA chiede un “reddito di gestione”

In questi giorni di Ferragosto molte attività artigiane hanno abbassato le serrande per ferie. Ma per tante botteghe quelle saracinesche si sono chiuse da tempo e, purtroppo, per sempre. Non hanno retto il peso di una concorrenza sempre più aggressiva, dei costi crescenti e di una domanda che è cambiata profondamente che spesso penalizza proprio le piccole realtà. Anche in Veneto negli ultimi 10 anni il numero di artigiani è ininterrottamente diminuito. Se nel 2015 avevamo 182.510 persone, nel 2025 ne contavamo poco più di 134.000, oltre 48.400 in meno (-26,5 per cento).

A dirlo è l’Ufficio studi della CGIA, appartenente all’Associazione degli artigiani e delle piccole imprese di Mestre. Nelle grandi città della nostra regione le botteghe artigiane sono ormai una presenza sempre più rara, fino a rischiare l’estinzione. E quando scompare una bottega non si perde soltanto un’attività economica: si spegne un presidio di socialità, di competenze e di identità. La scomparsa progressiva dell’artigianato sta cambiando il volto dei nostri quartieri e delle nostre piazze, rendendoli più anonimi e impoverendo la qualità della vita delle comunità che li abitano. Lo scenario rimane a tinte fosche anche nei borghi, nelle zone di montagna e nei paesi di provincia. La contrazione del numero di artigiani va di pari passo con lo spopolamento che stanno subendo questi luoghi. 

Sono a rischio le riparazioni/manutenzioni

Già oggi quando si rompe una tapparella, il rubinetto del bagno perde acqua o dobbiamo sostituire l’antenna della Tv trovare un professionista del settore è molto difficile, figuriamoci fra qualche anno. A seguito del progressivo invecchiamento della popolazione artigiana e la corrispondente contrazione dei giovani che si avvicinano a questi mestieri, anche a seguito del calo demografico, è molto probabile che entro un decennio reperire sul mercato un idraulico, un fabbro, un elettricista o un serramentista in grado di eseguire un intervento di riparazione/manutenzione presso la nostra abitazione o nel luogo dove lavoriamo sarà un’operazione difficilissima.

Crollo dovuto anche a fusioni e acquisizioni di impresa. E’ in crescita la dimensione media delle attività

Va comunque segnalato che questa riduzione in parte è anche riconducibile al processo di aggregazione/acquisizione che ha interessato alcuni settori dopo le grandi crisi 2008/2009, 2012/2013 e 2020/2021. Purtroppo, questa “spinta” verso l’unione aziendale ha compresso la platea degli artigiani, ma ha contribuito positivamente ad aumentare la dimensione media delle imprese, spingendo all’insù anche la produttività di molti comparti; in particolare, del trasporto merci, del metalmeccanico, degli installatori impianti e della moda. 

Perché botteghe e negozi di vicinato sono in difficoltà

Negli ultimi anni i negozi di vicinato stanno attraversando una fase di forte difficoltà. Le cause sono molte e dovute ai diversi cambiamenti economici, sociali e tecnologici che si sono registrati nel tempo. Il primo fattore, fa sapere l’Ufficio studi della CGIA, è la concorrenza della grande distribuzione e dell’e-commerce. I grandi supermercati e le piattaforme online riescono a offrire prezzi più bassi grazie alle economie di scala: comprano grandi quantità di merce, hanno costi unitari minori e una logistica molto efficiente. Il piccolo negozio, invece, acquista poco, paga di più i fornitori e non può competere sul prezzo.

Inoltre, l’online offre comodità, ampia scelta e consegna a domicilio, elementi sempre più apprezzati dai consumatori. Un secondo elemento riguarda il cambiamento delle abitudini di consumo. Oggi si fanno meno acquisti frequenti e più acquisti concentrati. Le famiglie hanno meno tempo, si spostano di più in auto e preferiscono luoghi dove possono “fare tutto insieme”. Questo penalizza i negozi di prossimità, che storicamente vivevano su una clientela quotidiana e fidelizzata. C’è poi il tema dei costi fissi elevati. Affitti commerciali, utenze, tasse locali e contributi pesano molto di più su una piccola attività che su una grande catena. Anche brevi periodi di calo delle vendite possono mettere in crisi l’equilibrio economico di un negozio di vicinato, che spesso ha margini ridotti e poca capacità finanziaria. Un altro fattore importante è il declino demografico e l’invecchiamento della popolazione in molti quartieri e piccoli comuni. Meno abitanti significa meno clienti. Inoltre, la scomparsa di servizi pubblici, scuole o uffici riduce il passaggio di persone e rende le strade commerciali meno vive.

L’intelligenza artificiale non ucciderà l’artigianato. Lo selezionerà

L’intelligenza artificiale (AI) sta cambiando tutti i settori produttivi e chi lavora nell’artigianato se lo chiede con particolare urgenza, che ne sarà dei mestieri manuali? Nessuno ha una risposta certa, ma è probabile, sostengono dalla CGIA, che l’AI non farà sparire gli artigiani. Piuttosto, li dividerà in due gruppi. Il primo è quello di chi userà l’AI come un aiutante instancabile. Il falegname potrà avere dieci idee di tavolo in pochi secondi, il muratore preparerà preventivi mentre è ancora al lavoro in cantiere, il ceramista non dovrà più perdere tempo a scrivere post sui social. In questi casi l’AI non ruba tempo: lo restituisce, lasciando più spazio alla vera manualità. Il secondo gruppo è quello di chi si troverà l’AI come concorrente. Succede soprattutto dove il prodotto si può standardizzare: mobili stampati in 3D, abiti “su misura” pronti in un’ora, grafiche create in automatico al posto del designer.

Qui il rischio è concreto, perché costa meno e spesso il cliente non riesce più a distinguere un oggetto fatto a mano da uno realizzato da una macchina. Chi se ne avvantaggerà? Chi restaura – un mobile antico non lo ripara nessuna macchina –, chi lavora nel lusso su misura, chi ripara e chi vende soprattutto un’esperienza: corsi, botteghe aperte al pubblico, la possibilità di vedere il gesto artigianale dal vivo. Il pericolo vero, allora, non è che l’AI porti via il lavoro agli artigiani. È che chi la sa usare diventerà molto più veloce di chi lavora “solo con le mani” – e per i clienti sarà sempre più difficile accorgersi della differenza. 

Va introdotto un reddito di gestione per chi gestisce una bottega

I negozi e le botteghe artigiane giocano un ruolo fondamentale nei centri storici, nelle piccole comunità e nei borghi, contribuendo all’identità culturale, all’economia locale e al mantenimento del patrimonio storico. Queste attività, spesso situate in edifici storici, arricchiscono l’ambiente urbano con la loro presenza e le loro creazioni, attirando turisti e residenti interessati alla tradizione e all’artigianato di qualità. La CGIA ricorda che la decisa riduzione del numero degli abitanti che da qualche decennio sta interessando molte aree geografiche del Paese (territori di montagna, zone collinari, paesi di provincia, etc.), ha causato una forte contrazione del numero dei negozi/botteghe di vicinato. Un fenomeno molto complesso che ha deteriorato il tessuto urbano e la qualità della vita di molti contesti territoriali. Per questo sarebbe opportuno progettare un “reddito di gestione delle botteghe artigiane” per chi (giovane o meno) conduce o apre una attività nei centri minori (almeno fino a 10.000 abitanti).

Investire nella formazione professionale

Da cinquant’anni il lavoro manuale sconta una svalutazione culturale che continua a pesare, relegato nell’immaginario collettivo a settore marginale, quasi un residuo del passato destinato all’estinzione. Invertire la rotta significa investire seriamente su due fronti: l’orientamento scolastico e l’alternanza scuola-lavoro, restituendo centralità agli istituti professionali che, non troppi decenni fa, sono stati un motore decisivo dello sviluppo economico nazionale. La realtà, però, racconta un’altra storia. Nella percezione comune questi istituti sono scivolati al rango di scuole di «serie B», quando non addirittura di «serie C». C’è chi li considera un parcheggio temporaneo per gli studenti meno portati per lo studio, e chi invece vi si rivolge come ultima spiaggia dopo un fallimento al liceo o in un istituto tecnico, pur di arrivare al diploma.

Il paradosso è servito: mentre l’artigianato attraversa una crisi profonda, gli stessi imprenditori del settore denunciano da anni un problema opposto e speculare, quello di non trovare manodopera disposta ad avvicinarsi a questo mestiere.

Acconciatori, estetiste, gelatai, pizzerie per asporto e informatici sono in controtendenza

Non tutti i settori artigiani hanno subito la crisi. Quelli del benessere e dell’informatica presentano dati in controtendenza. Nel primo, ad esempio, si continua a registrare un costante aumento degli acconciatori, degli estetisti e dei tatuatori. Nel secondo, invece, sono in decisa espansione i sistemisti, gli addetti al web marketing, i video maker e gli esperti in social media. Va altrettanto bene anche il comparto dell’alimentare, con risultati significativamente positivi per le gelaterie, le gastronomie e le pizzerie per asporto ubicate, in particolare, nelle città ad alta vocazione turistica.

Nel 2025 le chiusure hanno interessato, in particolare, Belluno, Treviso e Rovigo

La riduzione del numero di imprenditori artigiani ha interessato tutte le regioni d’Italia, nessuna esclusa. Nell’ultimo decennio le aree più colpite da questa “emorragia” sono state le Marche (-31,3 per cento), l’Umbria (-29,3), l’Emilia-Romagna (-28,7) e il Piemonte (-28,4). Il Veneto, come dicevamo più sopra, nell’ultimo decennio ha perso 48.424 attività (vedi Tab. 1).  Tra il 2025 e il 2024, invece, la provincia veneta che ha subito la contrazione più importante del numero di artigiani è stata Belluno con il -7,3 per cento (in valore assoluto pari a -405 persone). Seguono Treviso con il -6 per cento (-1.559) e Rovigo con il -5,3

(-334).  Al quarto posto scorgiamo Vicenza sempre con il -5,3 per cento (-1.433) e al quinto Verona con il -5 per cento (-1.314). Le meno colpite, infine, sono state Venezia con il -4,9 per cento (-1.062 unità) e Padova con il -4,7 (-1.334).