Cambiare le regole del gioco

Il pericolo è questo: che l’autonomia differenziata del Veneto diventi uno dei tanti temi, un rumore di sottofondo nella politica, con tutti i partiti “indipendentisti” a Venezia e “bravi soldatini” a Roma dove di cambiare le regole del gioco tanta voglia non ce n’è. Come si fa a spiegare ai propri elettori napoletani, pugliesi e siciliani che un Veneto più “speciale” non sottrae risorse a loro? Nemmeno la crescita più vivace al Sud del Pil ha reso meno dipendenti i governi locali dalla cornucopia romana. Quindi, ripeto, il pericolo è che a Venezia si dica una cosa; a Roma se ne faccia un’altra. Anche perché il governo centrale deve affrontare una scomoda verità: il fallimento dell’Assemblea Regionale Siciliana che dopo ottant’anni di lauta autonomia (ottenuta sparando sui Carabinieri, non votando in un libero referendum, non scordiamolo..) vede i peggiori parametri economico-sociali del Paese, incapace di mettere in sicurezza il proprio territorio, di avviare infrastrutture, di sviluppare un territorio che farebbe la fortuna di qualunque contadino veneto… Del resto, dopo ottant’anni ha ancora senso parlare della specialità della Valle d’Aosta, della provincia di Trento, del Friuli Venezia Giulia, della Sardegna e della Sicilia? Cosa hanno di diverso questi territori dal resto del Paese? Perché un cittadino di Verona deve vedersi restituire da Roma meno tasse che un cittadino di Pordenone? Solo Bolzano – per accordo internazionale e per evidente realtà sociale – ha il diritto di essere ancora speciale. Ma gli altri? Quindi, o tutti o nessuno. Le regole debbono essere uguali per tutti. La sfida per la nostra regione sta tutta qui. Senza autonomia difficilmente il Veneto resterà competitivo e potrà incidere nelle scelte strategiche nazionali. Un’autonomia anche negli stessi partiti dove dovrebbe sentirsi forte il richiamo ad una “serenissima specificità” . Vedremo su questi temi la stoffa di Alberto Stefani.

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