Il capoluogo berico e quello lagunare sono distanti appena 75 chilometri, eppure il divario in termini di giornate passate in ufficio o in fabbrica è notevole: nel 2024 a Vicenza si sono lavorati in media 263 giorni all’anno, 21 in più rispetto ai 242 di Venezia.
Da cosa dipende un gap così marcato? Vicenza è nota come una delle aree più manifatturiere del Paese e come sottolineano gli esperti, questi settori produttivi sono quelli che tra tutti presentano la continuità lavorativa più elevata. Il dato di Venezia, al contrario, risente della forte vocazione turistica che caratterizza sia il centro storico del Comune capoluogo di regione sia l’intero litorale, dalle spiagge di Sottomarina a Cavallino-Treporti, Jesolo, Caorle fino a Bibione. In queste zone la stagionalità è molto marcata e si concentra in particolare nei mesi estivi.
È dunque questo quadro a spiegare in linea di massima il divario così ampio delle ore lavorate tra le due province che, a livello veneto, si piazzano rispettivamente al primo e all’ultimo posto. A dirlo è l’Ufficio studi della CGIA. In Italia, invece, sempre nel 2024, abbiamo lavorato mediamente 246,5 giorni all’anno, tuttavia anche in questo caso il dato nasconde una forte differenza territoriale. Al Nord il dato medio si è attestato su 255 giorni all’anno, mentre nel Mezzogiorno ci si è fermati a 228: una differenza di 27 giornate lavorative, pari a quasi un mese di lavoro in più ogni anno per i lavoratori settentrionali. Un gap dovuto alla grande diffusione nel meridione di part time involontario, precarietà e stagionalità; senza contare la presenza molto estesa di lavoro nero.

Gli stacanovisti sono a Lecco, Biella e Vicenza
Gli operai e gli impiegati con il maggior numero medio di giornate lavorate durante il 2024 sono stati quelli occupati nella provincia di Lecco (265,4 giorni). Seguono i dipendenti privati di Biella (263,9), Vicenza (263,4), Monza-Brianza (263,3), Lodi (262,8) e Treviso (262,6). Le province, infine, dove i lavoratori sono stati “meno” in ufficio o in fabbrica durante il 2024 sono quelli di Trapani (215,3), Rimini (212) 1 , Nuoro (205) e Vibo Valentia (195). In Veneto, dopo Vicenza, scorgiamo Treviso (262,8 giorni), Padova (262,5), Verona (251,8), Belluno (249,9), Rovigo (247,9) e, come dicevamo più sopra, Venezia (242,3)
Dove si lavora di più, le retribuzioni sono più alte

Ovviamente, nelle aree geografiche dove le ore lavorate sono più elevate, anche la produttività è maggiore e conseguentemente gli stipendi e i salari sono più pesanti. Se, come riporta la CGIA, in Veneto la retribuzione media giornaliera nel 2024 era di 99,10 euro lordi, rispetto a tutte le altre regioni del Nord, ci posizionavamo tra le ultime. Un risultato ascrivibile al fatto che da noi, rispetto alle altre regioni settentrionali, la presenza di big tech, grandi imprese, multinazionali, grandi istituti di credito/assicurativi – che per contratto erogano stipendi molto elevati – è ridotta ai minimi termini. Per quanto concerne la produttività, invece, in Veneto era superiore dell’1,6 per cento rispetto a quella presente in Italia e si è posizionata al 7° posto a livello nazionale.
Buste paga più pesanti a Vicenza, Padova e Verona
In Veneto le buste paga più pesanti vengono erogate a Vicenza. Nel capoluogo berico la retribuzione media annua lorda relativa al 2024 ha toccato i 26.645 euro. Seguono Padova con 26.401 euro, Treviso con 26.366, Verona con 25.037 e Belluno con 24.689. Chiudono la graduatoria Venezia con 23.191 e Rovigo con 21.880.
Contro il lavoro povero, meglio stabilizzare i contratti che introdurre il salario minimo
Analizzando i dati Inps, i lavoratori dipendenti vanno distinti in base a due elementi fondamentali: l’intensità del lavoro (tempo pieno o part-time) e la continuità dell’occupazione durante l’anno, arrivando a una conclusione netta: nella maggior parte dei casi il problema non è il salario orario, ma il fatto che si lavora troppo poco durante l’anno o per un numero insufficiente di ore settimanali.
Sul dibattito relativo al salario minimo, la l’Ufficio studi della CGIA sostiene che intervenire esclusivamente sulla retribuzione oraria rischia di non essere sufficiente per contrastare il lavoro povero: se una persona lavora poche ore a settimana o solo per alcuni mesi l’anno, il problema del reddito insufficiente può persistere anche in presenza di una paga oraria più elevata. Per questo, vanno praticate politiche mirate a favorire occupazione stabile, continuità lavorativa e trasformazione dei rapporti part-time involontari in contratti a tempo pieno, oltre a interventi sulla produttività dei settori più fragili. Infine, dovremmo “spingere” per diffondere maggiormente la contrattazione di secondo livello, premiando così, il raggiungimento di obbiettivi di produttività, anche ricorrendo ad accordi diretti tra gli imprenditori e i propri dipendenti. Ovviamente, non mancano le voci critiche, secondo cui un eccessivo decentramento contrattuale potrebbe indebolire le tutele minime garantite dai contratti nazionali e di ampliare il divario tra grandi e piccole imprese o tra diverse aree del Paese. Tesi, queste ultime, che appaiono più una difesa del centralismo sindacale che una tutela reale dei lavoratori.



