Veronica Atitsogbe: «Mi ricandido»

(di Virginia Marchiori)

Sino al 22 marzo 2026 Verona è protagonista della XXII edizione della Settimana contro il Razzismo, l’iniziativa nazionale promossa dall’UNAR che quest’anno porta in città e provincia oltre venti eventi tra incontri, laboratori, proiezioni e passeggiate interculturali. A coordinare il filo che lega istituzioni, associazioni e scuole sono Jacopo Buffolo, Assessore a Politiche giovanili e di partecipazione, Pari opportunità, Memoria Storica e Diritti Umani, e Veronica Atitsogbe, ex Presidente dell’Associazione Afroveronesi, vicepresidente del Consiglio Comunale e consigliera della Provincia, volto giovane e di seconda generazione di una politica veronese che sta cercando di cambiare passo sul tema dell’inclusione. Abbiamo incontrato Atitsogbe e le abbiamo fatto qualche domanda.

Lo slogan scelto -Comprendi, smantella, ricostruisci – non è nuovo: viene riproposto per il secondo anno consecutivo, perché rilanciare lo stesso slogan?
«Perché riteniamo che sia sempre attuale», spiega Atitsogbe. «E soprattutto perché è proprio il messaggio che vogliamo mandare. Comprendi significa mettersi nella predisposizione di capire quali possono essere le azioni discriminatorie: il razzismo è intrinseco in tutti noi, e quindi dev’essere compreso che è un lavoro che ognuno individualmente deve fare. Smantella viene dopo, quando si è presa coscienza di quelle che sono le azioni da mettere in campo. E infine ricostruisci, perché una volta che si agisce, si deve partire anche da un’azione collettiva: mettersi insieme, un passo dopo l’altro, per costruire quella che può essere la società ideale.»
Un messaggio in tre tappe che trova conferma anche nei dati. Secondo le rilevazioni dell’Ufficio Statistica del Comune, al 31 dicembre 2024 Verona conta 256.284 residenti, di cui il 14,7% di cittadinanza non italiana – una quota quasi raddoppiata rispetto al 2004, quando si fermava all’8,2%. Sono 152 le nazionalità rappresentate in città, con Romania e Sri Lanka in testa, e oltre 50.000 abitanti con background migratorio se si sommano 37.772 non italiani ai 12.678 nuovi cittadini naturalizzati negli ultimi vent’anni. Una Verona, insomma, già plurale nei fatti, che attende ancora di esserlo pienamente nella cultura e nelle politiche.

Uno degli appuntamenti conclusivi della settimana affronta il tema dell’autodeterminazione dei popoli attraverso le voci delle donne, parlando esplicitamente di «infantilizzazione» come forma mascherata di razzismo. Come mai avete scelto di affrontare questo tema?
«L’abbiamo costruito così perché volevamo dare spazio alle voci di donne che nel proprio paese di origine stanno vivendo una guerra. Spesso si sente poco la loro voce – di chi ha una consapevolezza diretta di quello scenario rispetto a noi che lo osserviamo dall’esterno, applicando inevitabilmente il nostro punto di vista occidentale. Ci piaceva mettere in risalto questo contrasto: capire come altri popoli vivono certi scenari, e aiutarci a decostruire considerazioni che spesso facciamo senza renderci conto che nascono da un’unica prospettiva, nel nostro caso occidentale. Anche il modo in cui ci viene raccontata una notizia può prendere dimensioni molto diverse a seconda di chi parla.»

Quattro anni di amministrazione Tommasi. Qual è il bilancio sul fronte dell’inclusione?
«Sono reduce da un viaggio a Bruxelles, inaspettato, per raccontare come stiamo agendo su questi temi. Però mi sento sempre molto piccola: quattro anni di mandato sono davvero pochi per vedere risultati concreti su politiche di inclusione. Ci vuole molto più tempo.»
Eppure qualcosa di significativo è già accaduto. Nel 2024 è stato inaugurato il primo Forum delle Cittadinanze, un organismo pensato per far sì che i rappresentanti delle comunità possano partecipare attivamente alle politiche cittadine. «Per la prima volta le abbiamo rese protagoniste», dice. «E questo ha fatto piacere, anche perché dall’esterno c’è stato un riconoscimento che non mi aspettavo così presto.»
Ma il cammino non è privo di ostacoli: «Quando lavori su queste politiche, basta un episodio per macchiare una comunità intera, spesso solo perché chi ha commesso un atto è di origini diverse. È frustrante, ma è anche uno dei motivi per cui questo lavoro è necessario e non si può smettere.»

Nel 2027 ci saranno le elezioni. Si ricandida?
«Ho iniziato questo impegno non come qualcuno che voleva fare politica, ma come persona che partecipava all’ideazione di una città. Poi mi sono trovata candidata, poi eletta – tutto molto veloce, e di grande soddisfazione personale. Nel 2027 vorrei riprovare a fare la mia parte. Poi, come sappiamo, è la cittadinanza che decide.»

Un’ultima domanda, più personale: in questi anni ha avuto la sensazione di non ricevere abbastanza attenzione mediatica per quello che faceva concretamente?
«Inizialmente ho avuto una copertura abbastanza alta a livello nazionale, un po’ perché ero una novità: una donna giovane, con origini internazionali, in un ruolo istituzionale. Ma ci si soffermava sul ruolo, non su quello che stavo portando avanti concretamente – le iniziative, le progettualità. È anche comprensibile, perché lavoro dietro le quinte all’interno dell’assessorato e quindi è giusto che sia l’assessore in primis a prendere visibilità sui risultati. Però credo che in generale sia molto difficile ottenere un riconoscimento come giovane donna in politica: o sei interessante perché sei giovane, o perché sei donna, o perché sei nera. Ma sulla praticità – cosa hai fatto, cosa stai costruendo – si fa ancora molta fatica. È una nota amara che fa riflettere.»