Un viaggio nel mondo dell’equitazione con Francesca Righetti
(di Elisa Busatto)
L’equitazione non è solo una disciplina sportiva, ma un dialogo profondo e costante tra due atleti: l’essere umano e il cavallo. Per esplorare la storia di questo sport, l’evoluzione del settore in Italia e il dietro le quinte di una delle manifestazioni più importanti al mondo, abbiamo intervistato Francesca Righetti, amazzone veronese di lunghissimo corso ed ex allevatrice, che ci ha aperto le porte della sua straordinaria esperienza di vita.
Francesca, come ha iniziato la sua carriera nell’equitazione e come è nata la sua passione agonistica?
«Ho iniziato a montare a cavallo qui a Verona, alla storica Società Ippica Veronese situata in Lungadige Galtarossa, seguita dal maestro Sebastiani.
Con la scuola ho mosso i primi passi a livello agonistico per raggiungere, ancora da Juniores, il secondo grado, che all’epoca era il livello massimo indispensabile per poter fare le gare nazionali e, successivamente, ho iniziato a gareggiare anche in qualche internazionale all’estero, sempre da juniores. La bellezza di questo sport è proprio che non smetti mai di imparare e hai tutta la vita davanti per continuare questa ricerca di perfezionamento e infatti, ho iniziato a 12 anni e monto ancora oggi».
Com’erano le gare di equitazione e in cosa gareggiava lei?
«Una volta, per far capire anche le differenze con l’attualità, tutte le scuole federali partecipavano alle gare di completo ovvero gara di addestramento (la base del dressage), gara di campagna (cross con salti di campagna) e infine il salto ad ostacoli, dove mi sono specializzata, arrivando anche a conquistare nel ’75 la medaglia di bronzo nei campionati italiani Juniores. Far gareggiare le scuole nel completo permetteva di avere un’infarinatura di tutte e 3 le discipline, che ad oggi sono quelle olimpiche».
Clara Campese, ex presidente FISE, l’ha definita una “donna di cavalli”, sottolineando la sua attenzione primaria per l’animale. Cosa significa per lei questa definizione?
«Significa che fin da ragazzina, pur facendo equitazione a livello agonistico, la mia vera e principale passione è sempre stata il cavallo in quanto animale. Ho sempre cercato il suo benessere, avendo la curiosità e la cura costante per farlo star bene e per fare in modo che si sentisse sempre a suo agio. Questa filosofia mi ha spinto in seguito a fare l’esperienza di allevatrice, occupandomi del cavallo fin dalla nascita, vedendolo crescere e accompagnarlo verso le prime competizioni».
Parlando di allevamento, quali sono le principali difficoltà nel portare avanti questa attività in Italia?
«Allevare in Italia è un’esperienza bellissima e profondamente appassionante per lo studio delle genealogie, delle fattrici e degli stalloni. Tuttavia, affrontiamo un ostacolo enorme a livello di costi e siamo penalizzati anche dalla mancanza di spazi adeguati. Non abbiamo grandi pascoli e terreni liberi come in Normandia, Germania, Inghilterra o Islanda; qui a Verona, ad esempio, è tutto coltivato a vigne e diventa difficile competere con i grandi allevamenti esteri».
Secondo lei negli anni quanto è cambiato il mondo equestre e la sua visione da parte degli atleti?
«Quando ho iniziato io, pur essendoci una filosofia e una gestione diverse, c’era un rispetto profondo del cavallo, era visto veramente come il protagonista principe della competizione e al tempo si godeva anche di grandi nomi come Mancinelli e i fratelli D’Inzeo, che ho avuto la fortuna di vedere all’opera. All’epoca si viveva anche dell’eredità della scuola militare, dove la formazione era in mano all’esercito e veniva trasmessa una grande disciplina, fondamentale in uno sport dove si coordina il lavoro di due atleti. Oggi, invece, ho la sensazione che il cavallo venga spesso trattato come un semplice mezzo da usare e gettare via. È cambiato l’approccio generale: un tempo l’Italia era un punto di riferimento in Europa da cui tutti venivano a imparare, mentre oggi ci si ritrova a rincorrere i risultati e a fare i conti con un settore che ha perso parte di quella disciplina e di quell’attenzione originaria».
Qual è il suo legame personale con la nascita e la storia di Fieracavalli?
«Fieracavalli l’ho vista nascere grazie a mio padre, che era grande amico del dottor Piero Sogliani, l’ideatore della nuova Fieracavalli. L’intuizione nacque visitando grandi manifestazioni internazionali già esistenti all’epoca — come il Salon du Cheval di Parigi e l’Olimpia di Londra — per portare un evento di pari livello anche a Verona. Io ho iniziato a partecipare come rappresentante del Veneto per la squadra della Coppa delle Regioni, un evento cruciale degli ultimi anni ’70, in cui bisognava avere il secondo grado. Nel tempo l’evento è cresciuto costantemente fino a portare la Coppa del Mondo in questa edizione, un appuntamento di rilevanza straordinaria».
Secondo lei, un grande evento come Fieracavalli può essere un buon mezzo per avvicinare le persone e le famiglie al mondo equestre?
«Fieracavalli può sicuramente avvicinare le persone, perché il cavallo attira da sempre la fantasia dei bambini e le famiglie, che trovano nella fiera un’occasione unica per vedere questi splendidi animali da vicino. Certo, a volte l’aspetto economico può rappresentare un piccolo freno, tuttavia, manifestazioni di questa portata sono fondamentali per mantenere vivo l’interesse e far conoscere la bellezza di questo mondo».



