(di Virginia Marchiori)
«Così se ne andavano i morti al mio paese, con la banda e gli strumenti muti, quasi a dare suono all’oblio della morte.» È con questa frase che si conclude l’ultimo cortometraggio della veronese Alessia Bottone: regista, sceneggiatrice e giornalista, capace di attraversare mondi distanti dal giornalismo d’inchiesta, i set internazionali e la scrittura intima. L’abbiamo incontrata per parlare di formazione, de La Banda Muta e di come i social stiano cambiando il nostro rapporto con la morte e con noi stessi.
Regista, sceneggiatrice, ma anche giornalista: qual è la sua formazione e come è arrivata al cinema?
«Sono laureata in istituzioni politiche per la pace e i diritti umani. Il mio sogno, vent’anni fa, era lavorare nel mondo sociale delle Nazioni Unite. E in realtà ci ero arrivata: ho fatto uno stage a Ginevra, poi sono andata in Uganda, sempre con l’ONU. Poi però è finito quel ciclo, e a venticinque anni sono tornata in Italia. E lì è iniziato il problema.»
Cosa è successo al rientro?
«Non sono riuscita assolutamente a inserirmi nel mondo del lavoro. Ho scritto una lettera all’Arena di Verona: com’è possibile che a venticinque anni mi laureo, parlo quattro lingue, ho fatto duecento stage e non trovo niente? Era uno sfogo, ero giovane, ma è diventato un caso nazionale. Sono finita su tutti i giornali e le tv italiane. Tutti i giovani hanno iniziato a scrivere anche loro, arrabbiati, a raccontare le stesse esperienze: laureatissimi, preparatissimi eppure fermi.»
E da quel clamore mediatico cos’è nato?
«In una di quelle trasmissioni televisive ho conosciuto la direttrice di un giornale, che mi ha chiesto di iniziare a scrivere. Sono diventata pubblicista, non assunta, ma almeno scrivevo. Nel frattempo lavoravo in un’azienda. Poi ho vinto il premio Guattin con un progetto sulle barriere architettoniche a Verona. Una cosa rudimentale: avevo solo mille euro. Mi sono messa un microfono nascosto e giravo la città con una giornalista veronese in carrozzina, per documentare quanto fosse impossibile accedere a qualsiasi posto. Abbiamo coinvolto ventisette associazioni per la disabilità e presentato tutto alla Gran Guardia. Da lì ho fatto crowdfunding, ho finanziato altri due documentari e ho trovato il coraggio di lasciare il lavoro in azienda.»
Poi è arrivata la formazione cinematografica…
«Mi sono rimessa a studiare. Ho fatto un master in sceneggiatura a Padova, il Carlo Mazzacurati, poi una breve accademia di regia a Roma. E lì mi hanno dato un consiglio pratico, quasi brutale nella sua semplicità: prendi tutti i film usciti negli ultimi due anni, trova i nomi dei capi reparto e chiedi loro di bere un caffè. Perché non esiste un modo per mandare un curriculum a una produzione. Non puoi scrivere a una mail generica, non funziona così. Bisogna conoscere i capi reparto che costruiscono la squadra di regia. Ho bevuto diciotto caffè. Non ho ottenuto niente, se non tanti consigli. A un certo punto mi sono detta: se non trovo qualcosa, torno a Verona.»
E il diciannovesimo caffè?
«Non l’ho nemmeno bevuto. Un’aiuto regista mi aveva detto che non aveva tempo, ma che se fosse uscito qualcosa mi avrebbe avvisata. L’ha fatto davvero. Mi ha fatto chiamare da un set. È una storia pazzesca, e tra l’altro non ricordo nemmeno il suo nome. Vorrei ringraziarla, perché senza di lei non mi sarei inserita.»
Al tuo primo film ti hanno chiesto di fare l’interprete di Angelina Jolie…
«Quel diciannovesimo caffè ha cambiato tutto. Presa dall’emozione, sono partita per Bari senza nemmeno chiedere il titolo del film. Sul treno ho scoperto che la sceneggiatura era in doppia lingua, inglese e spagnolo. Arrivo sul set: è Without Blood di Angelina Jolie, cast messicano, e serviva qualcuno che la aiutasse a comunicare con gli attori.
Le prime notti le ho passate insonni, con l’ansia di sbagliare. Poi ho preso il ritmo: ero sempre lì, la sua ombra. Per chi vuole fare la regista, è un accesso che non ha prezzo.»
Parliamo del suo ultimo corto La Banda Muta. Di cosa parla?
«Quando Piero Nicosia mi ha proposto di leggere il testo dello scrittore Savateri non ero convintissima, perché volevo passare al lungometraggio.
Poi l’ho letto e ho sentito qualcosa di affine ai miei film precedenti: ho sempre trattato il tema della solitudine. Mi ha colpito l’idea di un uomo che saluta per l’ultima volta il suo migliore amico e si ritrova a essere l’unico a provare davvero qualcosa per quella persona. La Banda Muta è una tradizione reale: Savateri ha dichiarato di averla vissuta direttamente in Sicilia, una banda chiamata a suonare al funerale ma in silenzio assoluto.
L’ho affiancata alla storia di quest’uomo, costretto ad ascoltare tutto ciò che accade attorno a lui: i commenti, le ipocrisie. E poi c’è il fatto che le persone scattino selfie sul luogo di una tragedia, cosa che mi ha colpito profondamente.»
È una riflessione sull’uso dei social e sulla perdita di empatia?
«Sì, ma non voglio essere ipocrita: io uso molto i social, sono fondamentali per creare contatti nel mio lavoro. Quello che mi chiedo è dove finisce la promozione di sé e dove inizia l’appropriazione della morte dell’altro. Appropriarsi del lutto altrui per darsi un valore: questo è il meccanismo che mi spaventa.
E non è solo una questione di morte: siamo nel secolo della rabbia e della frustrazione. Se non prendiamo provvedimenti reali, questa violenza dilagherà. Lo vedo già tra i teenager, ed è qualcosa che ai miei tempi semplicemente non esisteva.»
Hai già vinto una selezione speciale ai Nastri d’Argento con La Napoli di mio padre. Che storia raccontava?
«Il mio rapporto con mio padre, che è vivo, è la prima cosa che mi chiedono sempre. Lui è napoletano, io sono nata a Verona. Ho usato la voce narrante di Valentina Bellè per raccontare una figlia che chiede al padre chi è e riscopre le sue origini: un viaggio più onirico che geografico, tornare indietro per capire da dove si arriva. Lo porto sempre in scena, su ogni set. Anche ne La Banda Muta c’è come comparsa.»
E il futuro del corto?
«La distribuzione spetta alla produzione. Io mi sto occupando della promozione. Spero che entro la fine dell’estate trovino la strada giusta. Ho fatto la mia parte: adesso tocca a loro. Il mio obiettivo vero, però, resta il lungometraggio; voglio farlo il prossimo anno. Sarà molto psicologico e parlerà ancora di solitudine. Ma per la prima volta avrò una protagonista donna. È la prima volta in un mio film.»


