Disperatamente alla caccia di un leader

(di Bulldog)

L’osservazione più puntuale sul referendum l’ha firmata Filippo Rigo, consigliere regionale della Lega: «I dati sono chiari – dice – : c’è un nord che vuole cambiare, ed un sud che, invece, vuole che tutto rimanga uguale.
E’ evidente che si pone oggi una questione settentrionale».
La questione settentrionale non è un’espressione vuota, ed è molto di più di uno slogan elettorale: è la Weltanschauung , la base valoriale sulla quale è nata la Lega Nord e che è tornata prepotentemente e visivamente alla ribalta al funerale di Umberto Bossi, proprio alla vigilia del voto referendario. Gli appelli alla “libertà” davanti ai big del centrodestra; le contestazioni a Matteo Salvini “Ridacci la Lega” in contrapposizione alla sua visione nazionale, dicono proprio questo. Che la crisi dei padroncini, dei fasonisti del nordest dei primi Anni Ottanta, falcidiati dalle prime internazionalizzazioni nel comparto tessile, non è finita nel dimenticatoio, ma è rimasta molto attuale, uguale a prima con la sola differenza che dal tessile si è propagata in tutti i settori economici come testimoniano i capannoni una volta produttivi e oggi in mano ai cinesi oppure alla logistica.
E quel malessere non è andato via. Ci si era illusi, probabilmente, che una volta al governo le proprie rappresentanze potessero fare di più e invece i problemi sono diventati ancora più grandi e complessi con, visivamente, una nuova classe di residenti-immigrati che sta cambiando il tessuto sociale, aumentando diffidenze e le paure per il futuro.
E attenzione: il problema non è soltanto settentrionale o, per quel che ci riguarda del Nordest e del Veneto: se si ferma questa parte del Paese, se la situazione non cambia, se il governo centrale non riesce ad abbassare i costi dell’energia, a rendere più semplice la ricerca e l’assunzione di personale, se non ritorna un clima di sicurezza, la scelta per molti resta una sola: andar via, portar via la fabbrichetta, oppure chiuderla, monetizzare il più possibile ma cedere brevetti e mercati e peggio per chi da quella fabbrichetta prende lo stipendio che invece andrà, molto più basso, a qualche operaio indiano, cinese o dell’est Europa.
Non ci credete? Prendiamo gli ultimi dati del CNEL: i giovani 18-34 anni che espatriano sono per il 30% provenienti da Lombardia e Veneto. La quota supera il 40% se aggiungiamo i giovani dell’Emilia-Romagna e del resto del Nordest.
Sono probabilmente la fascia più preparata dei nostri giovani, del nostro futuro: quella che ha studiato di più, che ha già fatto esperienze professionali. E cerca di migliorarsi ancora. Queste uscite vengono soltanto parzialmente assorbite dagli ingressi: nel Veneto il saldo resta negativo del 6,5% e dal Sud non salgono abbastanza giovani anche se – dice sempre il CNEL – fra il 2023 e il 2024 ben 109mila giovani si sono trasferiti dalle regioni del Sud a quelle del Nord a fronte di 33mila under-34 che hanno intrapreso la strada opposta.
Insomma, se si imballa la locomotiva del Nordest anche il resto del treno andrà a carte quarantotto.
Come se ne esce?
La ricetta è una sola, lasciare al nord la possibilità di esprimersi al meglio, regolando poco ma bene, snellendo la macchina a, svecchiandola con la digitalizzazione e l’AI, liberalizzando la produzione di energia, abbattendo le ultime barriere coi mercati di riferimento.
Vuol dire ampliare e non ridurre l’autonomia concessa sinora.
E quindi il referendum, con la sua divisione plastica fra nordest e resto d’Italia, pone l’unico vero problema politico: quale partito rappresenterà d’ora in poi la questione settentrionale? Non certo Fratelli d’Italia che oggi è più dilaniato che coeso dopo la pulizia della premier post-referendum (una sola domanda: più che spiegarci perché manda via la ministra al Turismo, Giorgia, ci spiega perché mai l’ha assunta?); non certo Forza Italia che cerca nei congressi il post-Tajani e il nuovo leader.
Resta il depositario naturale di quella istanza: la Lega. Che però dovrà sciogliere il suo nodo gordiano: tornare al territorio con una soluzione federale, ovvero una CSU a Nordest in grado di accogliere tutto il centrodestra locale, e con la forza raggiunta condizionare Roma come fanno i “cugini” bavaresi? Oppure tenere tutto dentro, nord e sud, produttori e pubblici dipendenti, incassi e spese?
Il sud però ha già deciso: votando no al referendum ha detto che non si fida di chi vuole cambiare.
La strada sembra segnata. Manca però di guiderà questa ennesima “marcia nel deserto” della politica.