Falliamo con centrodestra e centrosinistra

Vent’anni di lavoro bruciati sull’altare del debito pubblico: negli ultimi vent’anni la velocità di crescita di quest’ultimo è stata doppia rispetto a quella del prodotto interno lordo e se nel 2005 il deficit era del 106,6% a distanza di vent’anni siamo al 137,9 con una crescita di poco meno di cinque punti – esattamente, il 4,7% – rispetto all’esercizio precedente. Le cifre le vedete in questa tabella e fa sorridere – amaramente – constatare che il debito al 119,7% (con una crescita di appena mezzo punto sull’anno precedente) costò il posto a Silvio Berlusconi. Non che il tecnico messo al suo posto fece meglio: anzi, Mario Monti col taglio delle pensioni proiettò il debito della pubblica amministrazione oltre il 120% e ben oltre il 130% nell’anno successivo, prima di lasciare Palazzo Chigi al governo di Enrico Letta. Il bello (si fa per dire) di questo ventennio è che centrodestra e centrosinistra hanno governato per un identico periodo di tempo – nove anni – con tre governi tecnici che hanno frizzato la vita pubblica italiana. Dato che il risultato finale è aver superato 3mila miliardi di euro di debito scaricato sulle prossime generazioni, possiamo dire che la politica tutta ha fallito la missione del risanamento economico del Paese e su questo l’elettorato dovrebbe fare qualche pensiero un po’ più ragionato rispetto al “chiedere, chiedere, chiedere” che contraddistingue la logica di scambio alla base della nostra democrazia. Persino un bravo ministro come Giorgetti – la vestale posta a difesa del Tesoro – non è riuscito a fermare l’assalto alla diligenza e ci presentiamo ad un anno terribile per l’economia come questo 2026 coi conti in disordine. Vabbè, qualche buona notizia c’è? Sì, una c’è. Ed è che gli Italiani e gli investitori internazionali ritengono il debito pubblico italiano un porto sicuro dove far attraccare i propri risparmi. Lo conferma l’analisi di Unimpresa sui dati di Bankitalia: nel 2025 è cresciuta in maniera marcata la presenza degli investitori stranieri e delle famiglie, mentre si è ridotto il peso della Banca d’Italia rispetto agli anni del quantitative easing e la crisi del 2012. Su 3.095,5 miliardi di euro complessivi, la composizione dei sottoscrittori di bot e btp vede al primo posto gli investitori stranieri, con 1.061,8 miliardi, pari al 34,3% del totale.
Seguono le banche italiane con 622,2 miliardi (20,1%), la Banca d’Italia con 574,1 miliardi (18,6%), le famiglie con 448,9 miliardi (14,5%) e i fondi d’investimento con 386,9 miliardi (12,5%).
Il confronto con il 2024 evidenzia soprattutto la forte crescita della componente estera. Gli investitori stranieri sono passati da 916,0 miliardi a 1.061,8 miliardi, con un aumento di 145,8 miliardi in un solo anno e una quota salita dal 30,9% al 34,3%: dal 2022 al 2025 gli investitori stranieri hanno portato oltre 330 miliardi aggiuntivi sul debito italiano, segnando un inequivocabile ritorno di fiducia dei mercati internazionali verso i titoli di Stato della Repubblica. Nello stesso periodo si riduce la presenza della Banca d’Italia, scesa da 642,1 miliardi (21,6%) a 574,1 miliardi (18,6%), con una diminuzione di oltre 68 miliardi.
E chi ha comprato i titoli non acquisiti da via Nazionale? Per una buona metà sono stati presi dalle famiglie, che aumentano le loro detenzioni da 417,5 miliardi a 448,9 miliardi, cioè +31,4 miliardi, portando la quota dal 14,1% al 14,5%.
In aumento anche le banche italiane, passate da 596,6 miliardi a 622,2 miliardi (+25,6 miliardi), mentre i fondi d’investimento r registrano un lieve calo da 394,7 miliardi a 386,9 miliardi.
Insomma, finché il mercato continua a comprare i titoli del Tesoro non corriamo rischi. Ma se non c’è il default all’argentina resta il dato politico e sociale: continuiamo a spendere troppo per cose che non portano ricchezza: un welfare ridondante ma ingiusto, contributi a categorie non competitive togliendo risorse ai settori più innovativi. Una gestione del debito “vecchia” che guarda al passato e non al futuro.