Nicola Fiorini, portavoce del Comitato a favore della legge di riforma della Magistratura, spiega perché i cittadini dovrebbero essere favorevoli al referendum di marzo
Separazione delle carriere, perché votare sì. Lo spiega in un’intervista Nicola Fiorini, portavoce del Comitato a favore della cosiddetta «Legge Nordio».
Perché i cittadini dovrebbero votare sì al referendum sulla riforma delle carriere?
«Le ragioni sono in realtà piuttosto intuitive. È un principio di civiltà giuridica che accusa e difesa, nel processo penale, siano su un piano di parità. Questa parità è una diretta conseguenza della presunzione di innocenza sancita dalla Costituzione. Oggi però questa parità non è pienamente garantita, non per cattiva fede dei singoli magistrati, ma per un assetto di sistema che crea una commistione strutturale tra chi giudica e chi accusa».
In che senso parla di «commistione»?
«Magistrati giudicanti e magistrati requirenti condividono carriere, percorsi, ambienti e interessi. Questo intreccio rende di fatto impossibile una reale parità tra difesa e accusa. Non è una questione morale, ma organizzativa: un sistema così costruito è intrinsecamente incompatibile con una piena separazione dei ruoli».
I sostenitori del no obiettano che oggi il passaggio tra le due funzioni è già molto difficile.
«È vero, ma va detto che si tratta di una misura recente, introdotta con la riforma Cartabia, e soprattutto prevista da una legge ordinaria, quindi modificabile in qualsiasi momento. Inserire questo principio in Costituzione significa offrire una garanzia ben più solida e stabile».
Quindi non basta rendere difficile il passaggio tra le funzioni?
«No, perché il problema non si esaurisce lì. Anche senza passaggi formali, resta un’identità di interessi legata a un unico concorso, a un unico Csm e a meccanismi di carriera che incentivano rapporti reciproci. Chi ambisce a incarichi o ruoli apicali ha bisogno di consenso trasversale, e questo alimenta una logica corporativa».
Secondo lei è per questo che si parla di «corporazione»?
«Sì. La magistratura, anche attraverso l’Associazione nazionale magistrati, si è strutturata nel tempo come un soggetto con dinamiche simili a quelle di un partito o di un sindacato. È un dato di fatto, emerso chiaramente anche da vicende giudiziarie note. E ogni organizzazione, quando vede ridursi il proprio potere, reagisce per difenderlo».
I detrattori parlano di una magistratura assoggettata all’esecutivo.
«Sono argomenti suggestivi, ma infondati. Gli articoli della Costituzione che garantiscono l’indipendenza della magistratura non vengono toccati. Se garantivano l’indipendenza prima, non si capisce perché non dovrebbero farlo dopo. Anzi, con due Csm distinti l’autonomia può persino rafforzarsi».
Un altro punto contestato è il sorteggio dei componenti del Csm. Perché per voi è un valore?
«Perché è l’unico strumento capace di rompere logiche correntizie e clientelari che hanno snaturato il Csm rispetto all’idea dei costituenti. Non si sorteggiano cittadini qualunque, ma magistrati, persone che ogni giorno prendono decisioni delicatissime sulla libertà e sui diritti delle persone».
C’è chi teme un abbassamento della qualità.
«È un timore paradossale. Gli stessi magistrati ritenuti competenti per decidere sulla libertà personale non sarebbero capaci di valutare le carriere dei colleghi? Il sorteggio elimina la campagna elettorale interna e i debiti di riconoscenza, non la competenza».
In definitiva, che effetto avrebbe la riforma sull’opinione pubblica?
«Restituirebbe credibilità alla magistratura. Renderebbe più chiaro il confine tra chi accusa e chi giudica e rafforzerebbe la fiducia dei cittadini nella giustizia. È questo l’obiettivo del sì».
Christian Gaole



