Il Forum Economico Eurasiatico di Verona torna a Istanbul un anno dopo l’impegno, assunto proprio qui, di proseguire il dialogo per costruire nuovi ponti tra sponde distanti. Istanbul è oggi un luogo ideale di incontro in un mondo in profonda mutazione, capace di riunire e non separare, di creare e non distruggere. Lo conferma la significativa partecipazione: esponenti governativi e istituzionali turchi, con un incremento delle imprese del Paese ospitante, e personalità da più di trenta Paesi, tra cui, per la prima volta in 19 anni, gli Stati Uniti, accanto alla Russia, sempre presente. Il Forum è una piattaforma di dialogo aperta a tutti, senza discriminazioni o preconcetti, indipendentemente dall’appartenenza geopolitica o ideologica.
Alla scelta di Istanbul si aggiunge il ruolo sempre più tangibile della Turchia. L’Unione Europea resta il suo principale partner commerciale, con 217,6 miliardi di euro di interscambio nel 2025; Germania, USA e Gran Bretagna sono i primi mercati di esportazione; la Cina è dal 2024 il primo fornitore estero, con 44,9 miliardi di dollari; con la Russia, di cui la Turchia è uno dei partner principali, l’obiettivo è di 100 miliardi annui di scambi. Sul piano geopolitico l’influenza di Ankara si è rafforzata ancora, dal Mediterraneo Orientale ai Balcani, dal Medio Oriente al Caucaso. Ne sono segno il ruolo su Gaza e Siria, la posizione equilibrata nel conflitto del Golfo Persico, la normalizzazione con l’Armenia e, da ultimo, la nuova alleanza con Arabia Saudita e Pakistan.
La Turchia resta pilastro della NATO, ma sviluppa solidi rapporti anche con Russia, Cina e India, è ospite dei BRICS e della Shanghai Cooperation Organization e partecipa al G20. I suoi successi derivano dall’autonomia strategica: non adattarsi passivamente ai cambiamenti globali, ma influenzarli in modo mirato, grazie a un’industria della difesa altamente tecnologica e a un sistema flessibile di alleanze. Ne sono esempio le iniziative sull’Ucraina, accolte dalle parti proprio perché vengono da Ankara, che hanno permesso di mantenere i contatti con Mosca, rifiutare la politica sanzionatoria e consolidare l’influenza turca. La Turchia è così una prefigurazione del mondo multipolare in fieri: non due o più poli di spessore paragonabile, ma una pluralità di poli di calibro differente, capaci di far valere i propri interessi.
Il contesto internazionale è segnato da conflitti tariffari e commerciali sempre più aspri e dalla guerra in Iran e nel Golfo Persico, con ricadute dirette su economia, finanza e commercio mondiale. Dopo l’attacco del 28 febbraio gli obiettivi militari e politici degli USA non sono stati raggiunti: l’Iran non è stato sconfitto e la resistenza supera ogni attesa. Ma l’operazione è fallita anche su altri versanti? Non è altrettanto sicuro. Le major petrolifere americane hanno registrato nel secondo trimestre un profitto di 45,8 miliardi di dollari, secondo Bloomberg; l’Arabia Saudita, secondo l’economista Robin Brooks, aumenterà le entrate di circa 60 miliardi; i concorrenti del Golfo sono stati colpiti; gli USA hanno ritrovato il controllo delle risorse del Venezuela e il Golfo perde l’immagine di luogo tranquillo e lucrativo. Dietro la facciata di tuoni e lampi si celano affari concreti: alcuni Paesi cedono alla pressione, mentre con Cina e India i negoziati sono più cauti, e un nuovo accordo sulla Groenlandia concede agli USA possibilità supplementari, anche militari. L’Unione Europea, che dipende dagli USA per le forniture di gas e petrolio e paga le forniture belliche americane all’Ucraina, è politicamente emarginata dai grandi dossier. In America Latina il predominio americano passa dalla forza o dalle elezioni, come si vedrà il 25 ottobre in Brasile.
Con questo schema coesistono i BRICS: non contro l’Occidente, ma senza l’Occidente. È un modello senza precedenti, non gerarchico, volontario e consensuale, in cui coesistono Paesi con visioni divergenti, come India e Cina, Iran ed Emirati Arabi Uniti e, da poco anche Egitto ed Etiopia. Si può supporre che l’appartenenza abbia facilitato il lento avvicinamento tra India e Cina, di cui è simbolo la visita di Xi Jinping a New Delhi al vertice di settembre. L’adesione ai BRICS è inoltre una forza in più nei negoziati con Washington, che procedono con fatica: tregua commerciale con la Cina estesa solo al gennaio 2027, trattative con l’India al plateau. Con la sola loro esistenza, i BRICS sono un fattore stabilizzante e di difesa degli interessi del Sud Globale in un mondo sempre più in preda all’arbitrio, con nuovi focolai (Pakistan-Afghanistan, Etiopia-Eritrea) e conflitti mai spenti (Sudan, Gaza, Libano, Ucraina).
Il messaggio finale è un appello alle imprese. Per nascere in modo pacifico, egualitario e inclusivo, il mondo multipolare, già prefigurato da BRICS, Shanghai Cooperation Organization e Unione Economica Eurasiatica, richiede l’impegno dei Paesi che vi aderiscono e di tutti, soprattutto delle aziende, che debbono imporre le esigenze dell’economia e il benessere dell’uomo alla sovrastruttura politica, governativa e amministrativa. È la genuina missione umanistica della diplomazia del business.



