(di Enrico Brigi)
Con 485 presenze Gigi Cagni detiene il record di presenze nella storia del campionato di Serie B.
«Si tratta di un traguardo impossibile da eguagliare, di cui vado assolutamente orgoglioso. Raggiunto disputando sedici stagioni».
Una carriera sviluppatasi tra Brescia – club dove è cresciuto fino ad arrivare alla Prima squadra – e Sambenedettese. Prima di iniziare un lungo percorso di tecnico che lo ha visto sedersi su dodici diverse panchine. Con la chicca della qualificazione europea conquistata alla guida dell’Empoli. Tra queste ci sono anche quelle di Verona e Genoa, avversari domenica prossima in un delicato scontro salvezza dalla posta in palio decisamente alta. Soprattutto per la formazione gialloblù di Paolo Sammarco.
«La situazione del Verona è sicuramente molto più complicata e difficile. Quando ti ritrovi a dieci giornate dal termine con la miseria di diciotto punti in classifica, per molti addetti ai lavori sei quasi spacciato. Cosa è mancato al Verona quest’anno? Senza parlare di tattica o altro credo che tutto risieda nei numeri: gol fatti e gol subiti. La classifica ne è una naturale conseguenza. Tuttavia non è mai detta l’ultima parola, almeno fino a quando non lo dice la matematica. Sicuramente la vittoria di Bologna ha avuto un effetto positivo dal punto di vista psicologico. Lo stesso, se vogliamo, che è successo al Genoa con la vittoria sulla Roma. Domenica mi aspetto una partita molto combattuta tra due squadre sicuramente in salute».
In riva all’Adige ha vissuto sulla propria pelle un’amara retrocessione, non accompagnata l’anno dopo da una pronta risalita, nonostante le ambizioni».
L’anno della retrocessione se Pippo Maniero fosse arrivato prima probabilmente ci saremmo salvati. Alla fine, comunque, retrocedemmo per un punto. Non sento di avere responsabilità come, invece, successe l’anno dopo. Lì, invece, fu solo colpa mia. Facevo il 4-3-3 e mi ostinai a far giocare esterno Aglietti quando lui stesso continuava a dirmi di essere una seconda punta. Presi la classica “musata” che poi mi portò fino all’esonero».
Ha smesso di allenare quasi una decina di anni fa, dopo aver condotto il Brescia a un’incredibile impresa salvezza.
«Un’impresa nella quale nemmeno io ci credevo più. L’aspetto paradossale è che dopo quella stagione non mi ha cercato più nessuno. Ho sempre rifiutato l’idea di avere un procuratore. Scelta che nel calcio di oggi, ti chiude inevitabilmente molte porte».
Anche il calcio italiano è cambiato.
«Ai miei tempi, anche se non mi piace dire così perché vuol dire che sono diventato vecchio, nei settori giovanili si pensava prima a costruire la mentalità, l’aspetto psicofisico e la tecnica individuale. La tattica, invece, arriva sempre dopo. Oggi, invece, è tutto ribaltato. E i risultati sono sotto i nostri occhi. Nelle squadre, inoltre, mancano i leader in campo. Ricordo, quando ero alla Sanbenedettese, che Sonetti – l’allenatore da cui ho forse imparato di più – paventò l’idea di andarsene in caso di una mia cessione (lo voleva il Cagliari in A ndr). E io rimasi. Ero il suo allenatore in campo. Figure che oggi non ci sono più».
Ha scritto anche un libro dal titolo “Ranget”.
«Me lo diceva sempre mio padre. Vuol dire arrangiati. Nel senso: davanti alle difficoltà, rimboccati le maniche. I calciatori di oggi, invece, trovano tutto pronto”. Un monito, il suo, che ha l’aspetto di un salto indietro nel tempo ma che, in realtà, sarebbe un vero passo in avanti.



