La vicenda della Fiera di Isola della Scala – che si trova a fronteggiare una crisi economico-finanziaria che rischia di bruciare il suo patrimonio dopo aver bruciato già due consigli d’amministrazione – si presta ad alcune considerazioni più generali sul rapporto fra sistemi fieristici, amministrazioni e imprenditoria locali.
Una fiera non è una sagra. Non si tratta di alzare quattro tendoni e proporre la produzione locale. Azione meritoria, ovviamente, ma che richiede una buona organizzazione, tanta buona volontà, e poco altro.
Una fiera vuol dire attrezzare delle infrastrutture permanenti; realizzare dei piani economico-finanziari per pagare queste infrastrutture; la loro gestione e manutenzione; avviare dei piani di sviluppo commerciale e di comunicazione per riempire possibilmente tutto l’anno queste strutture in modo che, quando c’è da fare la rassegna delle produzioni locali, la macchina sia in ordine e funzionante.
Insomma, ci vuole una struttura che sappia come funziona una fiera e che operi di conseguenza. Isola della Scala non sembra aver fatto tutto questo. Eppure le potenzialità non mancherebbero: si trova al centro di un’area agricola che venta numerose eccellenze e senza scimmiottare rassegne e strutture più grandi potrebbe ritagliarsi uno spazio per tematiche “di precisione” all’interno del grande mondo del primario d’eccellenza italiano. In un raggio di 200 chilometri, con al centro Isola, si trovano dei giacimenti gastronomici unici al mondo. Metterli insieme non sarebbe impossibile e sappiamo per certo che nei cassetti dell’ente fieristico dormono più di un progetto a questo riguardo.
La stessa fiera isolana si è inserita nel grande sistema nazionale dove avrebbe potuto attingere, oltre ai finanziamenti, anche tutto il know how necessario per realizzare nuove rassegne, per riempire il calendario fieristico con un’offerta ampia, interessante per le imprese e per i visitatori professionali e non. Nessuno, ad esempio, ha mai spiegato perché è saltato il Campionato internazionale equestre di cross che avrebbe portato a Isola revenue e visitatori. Un esempio, probabilmente neppure l’unico.
Quindi, non basta avere un bravo professionista – viene scelto sempre uno del posto come se questo fosse sufficiente a valutarne la competenza – alla presidenza, serve avere una struttura manageriale che sappia rapportarsi con le altre fiere, trovare o ideare nuove rassegne, cercare collaborazioni nei segmenti di mercato a maggiore crescita, attrezzare la struttura e non semplicemente garantire i tavoloni per distribuire risotti.
Chi partecipa ad una fiera vuole servizi precisi ed efficienti: dalla logistica alle attrezzature utilizzabili. Non vuole affondare nel fango di un parcheggio o trovare a fatica indicazioni per arrivare alla fiera. Questo è il minimo che vuole il mercato.
Se poi il mercato è soltanto quello delle produzioni locali, dove al pubblico è dato informalmente ma stabilmente il solo compito di finanziare i privati, beh allora il cortocircuito in una piccola realtà è immediato. Chi beneficia dell’investimento pubblico è anche chi determina molto spesso “chi è” il pubblico. I conti in rosso sono una conseguenza inevitabile. Accade a Roma, figurarsi in una dimensione locale dove il potere della politica è molto più fragile.



