La cordata nazionale per l’Ilva. Cioetto: “Bene i privati, ma lo Stato sia della partita”

Sono ben quattro le realtà trivenete impegnate nella nuova cordata italiana per il salvataggio dell’Ilva di Taranto: Danieli, leader mondiale nelle tecnologie siderurgiche; Pittini (che controlla dal 2015 le Acciaierie di Verona); la vicentina Beltrame e la padovana Acciaierie Venete. Un “pacchetto di mischia” che testimonia la strategicità per il Paese dell’impianto pugliese e che riscuote l’attenzione ed il supporto di tutta la filiera nazionale: «La prospettiva di una cordata di imprese italiane interessate al futuro dell’ex Ilva è certamente una notizia positiva, ma da sola potrebbe non bastare. Accanto agli investitori privati serve una presenza diretta e significativa dello Stato, perché l’acciaio è un settore strategico per l’Italia e non possiamo permetterci di perdere un presidio industriale di questa portata» sottolinea  Claudio Cioetto, presidente di Confimi Apindustria Verona.

La partita non riguarda soltanto uno dei più importanti poli siderurgici europei, ma la competitività dell’intera manifattura italiana: «Siamo di fronte a un passaggio decisivo – prosegue –. La cordata italiana rappresenta un segnale incoraggiante, ma non possiamo accontentarci di una soluzione limitata all’area a freddo. Senza l’area a caldo verrebbe meno il cuore produttivo dell’Ilva, con il rischio di ritrovarci un’acciaieria dimezzata. Per salvaguardare un asset strategico serve un progetto che tuteli l’intero complesso industriale e ne garantisca la piena operatività». Secondo Cioetto, senza una soluzione rapida e stabile le conseguenze sarebbero pesanti sia sul piano economico che sociale: «Da un lato ci sono migliaia di lavoratori e famiglie che attendono risposte, dall’altro un sistema produttivo che ha bisogno di certezze sugli approvvigionamenti di acciaio per programmare investimenti e produzione».

Il presidente di Confimi Apindustria Verona sottolinea inoltre che un ridimensionamento dell’Ilva avrebbe ripercussioni sull’intera filiera industriale nazionale. «L’Ilva non è soltanto Taranto: è un nodo fondamentale della manifattura italiana. Se venisse meno questa capacità produttiva, molte imprese sarebbero costrette a rivolgersi ai mercati esteri, con costi più elevati, tempi più lunghi e maggiori difficoltà operative. L’acciaio che oggi arriva da Taranto rischierebbe di essere sostituito da materiale proveniente da Cina, India o altri Paesi extraeuropei, aumentando la dipendenza dall’estero».

Uno scenario che finirebbe per indebolire ulteriormente la competitività delle imprese italiane. «Parliamo di un settore strategico, come lo era l’automotive. Abbiamo visto quali conseguenze abbia prodotto il progressivo ridimensionamento di quella filiera. L’Italia non può permettersi di commettere lo stesso errore con l’acciaio. Quando si perde un presidio industriale di questa importanza non si perde soltanto produzione, ma anche competenze, occupazione e capacità di competere sui mercati internazionali».

Da qui l’appello a una partecipazione pubblica accanto agli investitori privati: «Se esiste la volontà di costruire una soluzione industriale italiana per il futuro dell’ex Ilva, questa strada va sostenuta. Proprio perché stiamo parlando di un asset strategico, riteniamo necessario che lo Stato partecipi con una quota significativa, capace di garantire stabilità, visione industriale e tutela dell’interesse nazionale. Non si tratta di assistenzialismo, ma di una scelta strategica per il futuro della manifattura italiana». Per Confimi Apindustria Verona il futuro dell’ex Ilva è una sfida che riguarda l’intero sistema produttivo nazionale e richiede decisioni rapide: «Il tempo delle incertezze è finito – conclude –. Serve una soluzione chiara, credibile e duratura che tenga insieme competitività, sostenibilità ambientale e lavoro. Dalla tenuta della siderurgia italiana dipende una parte importante del futuro industriale del Paese. Questo rinnovo va nella direzione giusta: offre alle aziende strumenti più aderenti alla realtà produttiva, senza perdere di vista sicurezza, professionalità e qualità del lavoro. Un equilibrio fondamentale per mantenere competitivo il nostro settore sul territorio».