(di Virginia Marchiori)
Non esiste una sconfitta. Esiste solo la possibilità di evolversi.” Lo dice Anna Fiscale alla Cronaca di Verona. Veronese, classe ’88, Fiscale è la fondatrice di Quid Impresa Sociale e oggi siede al tavolo del nuovo Comitato consultivo per le imprese impact del Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Alla crisi del post Covid, alla guerra, ai rialzi energetici e alla chiusura dei punti vendita ha risposto reinventando il modello, puntando molto di più sul B2B e scommettendo su un nuovo laboratorio a Padova, che sta già generando lavoro inclusivo e rafforzando il progetto di un distretto tessile etico Made in Italy.
Chi è Anna Fiscale
Anna Fiscale ha fondato Quid nel 2012 per dare nuova vita a tessuti e persone, impiegando i tessuti di rimanenza dei grandi brand della moda. Oggi Quid conta 170 persone di 23 nazionalità diverse, lavora con donne vittime di violenza, persone uscite dalla tratta o dal caporalato, richiedenti asilo, detenuti del carcere di Montorio — maschile e femminile — e persone con disabilità. Produce capi di abbigliamento e accessori a partire dagli eccessi tessili dell’industria della moda e, dal 2022, forma le aziende su multiculturalità e inclusione con il brand “Quid Oltre Quid”.
Quid nasce per dare una seconda possibilità a tessuti e a persone. Da dove viene questa visione?
«Mi ero appena laureata in economia con un focus sull’empowerment femminile, prima in Bocconi poi a Sciences Po di Parigi» racconta Fiscale. «Da piccola mi piaceva personalizzarmi i capi di abbigliamento. E mi sono detta: proviamo a capire come ridare valore ai tessuti in eccedenza, facendo lavorare persone con fragilità, in particolare donne. Da lì è nato il primo embrione di progetto, come startup nella forma di cooperativa sociale. Il primo stock di tessuti, nel 2012, è stato donato da Sandro Veronesi di Oniverse insieme a un sostanzioso contributo dalla Fondazione San Zeno».
Nel 2024 Quid decide di chiudere i dieci punti vendita diretti. Come si racconta quella scelta senza considerarla una sconfitta?
«Di fatto Quid aveva sempre coltivato sia il retail con i negozi sia il B2B, cioè le relazioni con le aziende. Siamo arrivati a dieci negozi. Poi è arrivato il Covid, poi la guerra, poi i rialzi energetici. Il retail è un settore che chiede tanto e per chi produce in Italia con una filosofia etica è già complesso. A un certo punto ci siamo detti: dobbiamo scegliere una sola strada e abbiamo scelto le collaborazioni con aziende.»
Scelta che si è rivelata generativa: ad oggi Quid ha un fatturato totale di 7,5 milioni e 6,5 milioni vengono dal B2B (87% del fatturato), confermando il posizionamento come partner etico. Concentrandosi sulla collaborazione aziendale per la produzione di capi e accessori, Quid ha rafforzato la propria solidità. Allo stesso tempo, la cooperativa porta avanti un servizio di welfare che non si limita all’inserimento lavorativo, ma si occupa anche di quello sociale, sviluppando strumenti di supporto alla multiculturalità, offerti alle aziende anche attraverso pacchetti formativi.
Come si gestisce un luogo di lavoro con 23 nazionalità diverse, background di fragilità e percorsi di vita così distanti, senza scivolare nell’assistenzialismo?
«Quid è prima di tutto un luogo di lavoro, dove accompagniamo le persone a far emergere il proprio talento. Però abbiamo ben chiaro che, se mancano casa e servizi essenziali, l’inserimento lavorativo diventa difficile. Ragioniamo in una logica di accompagnamento globale: aiutiamo le persone a trovare una casa, ad aprire un conto, ad attivare i servizi essenziali.» Il percorso non è statico: «Abbiamo persone che hanno iniziato con il controllo qualità e che piano piano crescono, vanno alla macchina da cucire, diventano coordinatrici — anche in carcere. Vogliamo creare percorsi di sviluppo del talento, puntando sulla stabilità, oltre il 90% dei 170 dipendenti ha contratti a tempo indeterminato.»
Il mercato si sta polarizzando: le nuove generazioni vogliono consumare in modo più etico, ma dall’altra parte ci sono colossi come Shein che vendono a nove euro ad articolo. Come si compete?
«Se paghi una maglietta nove euro, non stai pagando il costo reale: qualcun altro nel mondo lo sta pagando, in termini di sfruttamento, inquinamento e distribuzione del profitto non equa. È una questione culturale: far capire che quel risparmio ha un prezzo, solo che lo paga un altro. Detto questo, vediamo segnali incoraggianti nell’interesse crescente per il vintage e il consumo consapevole.»
«Il costo di un prodotto Quid non regge il confronto con un articolo importato del Sud-est Asiatico, ma è pienamente giustificato in un mercato che sceglie di produrre e redistribuire valore in Italia. La sfida reale è riuscire a farlo percepire — e avere anche politiche di sistema che ci aiutino in questa direzione.»
C’è ancora chi pensa che impresa sociale e sostenibilità economica siano in contraddizione…
«La sostenibilità economica non è il mantra principale, ma è lo strumento. Solo se riesco a pagare i 170 stipendi ogni mese, posso creare impatto. C’è una visione aziendalista, ma rivolta al bene: redistribuire valore attraverso un lavoro dignitoso. La logica non profit non significa ignorare i conti: significa usarli come mezzo, non come fine.»
Su questo fronte, Quid si appresta a condividere la propria visione pubblicamente: è in arrivo il podcast “Texture”, atteso per aprile, dedicato a sfatare i miti sull’imprenditoria sociale, sul rapporto tra profit e non profit, sulla possibilità concreta di fare impresa con una bussola etica senza rinunciare alla solidità economica. L’ospite del primo episodio sarà Matteo de Brabant di Jakala.
Hai qualche consiglio per le giovani che vogliono intraprendere un percorso simile al tuo?
«Direi di darsi almeno una possibilità, proprio quando la paura è più forte dell’idea. E di non vedere tutto come una questione di essere capaci o non capaci. Quando ho iniziato, mi sono data un anno.. Mi sono detta: se poi non va, avrò imparato qualcosa — non sarà una sconfitta, sarà un’evoluzione. Così è stato anche per la chiusura dei negozi: abbiamo provato a tenere in piedi entrambe le cose a lungo, poi abbiamo scelto una strada. E quella scelta ci ha permesso di costruire più opportunità di lavoro. Non esiste solo la possibilità di riuscire: esiste soprattutto la possibilità di evolversi e di guardare le nuove sfide che la vita mette davanti.»



