Il World Water Day, celebrato ogni anno il 22 marzo, è la giornata internazionale dedicata all’acqua, istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1992 al termine della Conferenza di Rio sull’ambiente e lo sviluppo e celebrata dal 1993.
Questa ricorrenza invita a riflettere sul valore dell’acqua non solo come risorsa vitale, ma anche come spazio di relazione tra corpo e mente.
Tra le attività che rendono particolarmente evidente questo rapporto c’è la pratica dei tuffi: una disciplina fatta di tecnica e coordinazione, ma anche di esperienza psicologica.
Per la stesura di questo articolo mi sono confrontata con l’allenatore Riccardo Giacometti, che con la squadra della Bentegodi Verona affianca alla preparazione tecnica un lavoro educativo basato su disciplina, fiducia e crescita personale.
Dietro ogni tuffo c’è un allenamento mentale fatto di concentrazione, gestione della paura e capacità di trasformare l’errore in apprendimento. In pochi secondi il corpo si muove nello spazio mentre la mente attraversa una soglia: quella tra stabilità e vuoto.
Dal punto di vista psicologico si attiva la risposta alla paura: il cervello percepisce l’altezza come una possibile minaccia, generando attivazione fisica e tensione.
Nei tuffatori, però, la paura non scompare, ma viene trasformata in un segnale utile che aumenta l’attenzione.
Come sottolinea Giacometti, è proprio attraversando questa paura che può emergere una forte soddisfazione, fino alla felicità, quando si riesce ad affrontare e completare un nuovo tuffo. Il paradosso dei tuffi sta nell’unione tra controllo e abbandono: prima del salto l’atleta prepara ogni dettaglio, ma nel momento del distacco deve affidarsi al gesto appreso.
Questa fiducia non riguarda solo sé stessi, ma si costruisce anche nella relazione con l’allenatore.
In molti atleti, osserva Giacometti, prende forma un pensiero semplice ma potente: “Se mi chiede di farlo, vuol dire che sono in grado”.
È una fiducia che nasce nel tempo e che rende possibile affrontare l’incertezza. Durante un tuffo riuscito, molti atleti descrivono uno stato di flow, in cui il tempo sembra rallentare e l’azione diventa fluida e automatica. Routine e tecniche di visualizzazione aiutano a creare le condizioni per entrare in questo stato. Soprattutto nei giovanissimi, i tuffi contribuiscono alla costruzione dell’identità: superare una difficoltà rafforza il senso di autoefficacia, mentre l’errore favorisce lo sviluppo della resilienza.
Anche in questo processo il ruolo dell’allenatore è centrale nell’accompagnare l’atleta a riconoscere e trasformare le proprie emozioni.
La pratica dei tuffi diventa così un piccolo laboratorio psicologico: un’esperienza in cui, in pochi istanti, la paura può trasformarsi in movimento, fiducia e soddisfazione…
Ed è forse proprio in questo passaggio, dal timore iniziale alla conquista finale, che il tuffo diventa una metafora potente della crescita personale.
*Sara Veronica Rosa, psicologa e psicoterapeuta



