(di Virginia Marchiori)
La mozione «Sulla manifestazione del consenso solo sì è sì», presentata dalla consigliera Jessica Cugini riguardo la modifica del disegno di legge da parte della senatrice Bongiorno in Commissione Giustizia al Senato, ha trovato terreno fertile per una discussione accesa ieri nell’aula di Palazzo Barbieri, lasciando una spaccatura netta: da una parte chi sostiene che la vittima vada tutelata basando il reato sull’assenza di un consenso libero ed esplicito, dall’altra chi ritiene che il modello del “solo sì è sì” potrebbe introdurre una presunzione di colpa nei confronti dell’uomo.
La posta in gioco è una modifica introdotta al Senato dalla senatrice Bongiorno che ha riscritto il disegno di legge sulla violenza sessuale già approvato dalla Camera. Il testo originario, con approvazione bipartisan, costruiva il reato sull’assenza di consenso libero ed esplicito, in linea con la Convenzione di Istanbul. La versione uscita dalla Commissione Giustizia sposta invece il baricentro sul dissenso: torna quindi a contare se la vittima abbia manifestato rifiuto.
La posizione di Cugini si concentra sul concetto di freezing: «Chi si blocca per paura rischia di restare fuori dalla tutela della norma. La mozione chiede a sindaco e giunta di farsi portavoce presso governo e Parlamento per tornare al testo della Camera.» I consiglieri Tonni e Cona si sono uniti a difesa dell’argomentazione della consigliera di Sinistra Italiana. Tonni (Dts) ha sottolineato: «Siamo di fronte a una materia estremamente delicata, che va valutata alla luce della realtà che viviamo, segnata purtroppo da numerosi episodi di violenza sulle donne. Pur comprendendo alcune delle preoccupazioni espresse, ritengo che in questo contesto sia necessario privilegiare la tutela della vittima. Di fronte a un’ipotesi di violenza, la donna resta il soggetto più debole e più esposto.» Giacomo Cona (Traguardi) si è espresso dando il suo parere giuridico: per la Cassazione il consenso deve essere «esplicito, libero, attuale e inequivocabile» – e la modifica al Senato, ha detto, va esattamente nella direzione contraria, rendendo più difficile per la vittima dimostrare l’assenza di consenso.
Dal fronte opposto, i consiglieri Rossi e Zavarise, Verona Domani e Lega. Il consigliere Rossi ha sostenuto che «il modello basato sull’assenza di consenso rischia di introdurre una presunzione di colpa nei confronti dell’uomo» e che questo potrebbe «creare un clima di incertezza nelle relazioni e aprire alla possibilità di accuse ingiuste.» Zavarise ha condannato senza riserve qualsiasi violenza sulle donne: «tuttavia», ha precisato, «non condivido un’impostazione del dibattito che rischia di trasformare il rapporto tra uomo e donna in una sorta di contrattualizzazione e di leggere tutto attraverso una chiave ideologica. Per questo motivo non sosterrò la mozione.» Entrambi hanno votato contro.
La mozione è passata. Ma si tratta di un dibattito che va ben oltre l’aula di Palazzo Barbieri: il voto finale – 23 favorevoli, 3 contrari – fotografa una tendenza, ma il confronto che lo ha preceduto ha dimostrato come il tema sia ancora molto dibattuto, a livello locale come a livello nazionale.



