Effetto Fed: l’Europa vira su energia e materie prime

Effetto Fed: l’Europa vira su energia e materie prime
The screen showing data about the financial crisis because of the coronavirus

Mentre Wall Street metabolizza una Federal Reserve immobile e sempre più ambigua, l’onda lunga delle sue decisioni sta già attraversando l’Atlantico. 

I mercati europei, nelle ultime sedute, hanno iniziato a cambiare pelle: meno entusiasmo per i titoli più esposti al ciclo economico globale, più attenzione per tutto ciò che viene percepito come “bene rifugio”. Energia, metalli preziosi e materie prime tornano così al centro della scena, non per una ripresa economica, ma per una crescente sensazione di instabilità.

La Fed ha lasciato invariati i tassi, come previsto, ma le parole di Jerome Powell hanno raffreddato le speranze di tagli a breve. L’economia americana viene descritta come resiliente, e questo ha convinto i mercati che non ci sarà alcun intervento espansivo né a marzo né ad aprile. 

Da qui, una nuova fase di incertezza: il dollaro è tornato volatile, oscillando sotto il peso delle dichiarazioni contrastanti arrivate anche dall’amministrazione statunitense. Un dollaro instabile è spesso il primo segnale di tensione globale, e come accade in questi casi, il capitale ha iniziato a spostarsi verso gli asset considerati più sicuri.

L’oro e l’argento hanno accelerato guadagnando il 2,9% in apertura, trascinando con sé l’intero comparto minerario. Allo stesso tempo, il petrolio ha ripreso quota, sostenuto dalle tensioni geopolitiche in Medio Oriente e dal timore che un’escalation possa compromettere le forniture. Questo mix ha creato le condizioni per un rimbalzo delle borse europee, che hanno trovato sostegno proprio nei settori più legati alle materie prime. Non si tratta di un rally “di crescita”, ma di un movimento difensivo: gli investitori non stanno comprando perché vedono un futuro più brillante, ma perché cercano protezione.

Lo STOXX 600 ha aperto in lieve rialzo (+2,70 +0,44% alle 9:39 GMT), dopo una seduta precedente segnata dalle vendite sul comparto del lusso. I titoli minerari e quelli energetici hanno guidato il recupero, mentre restano in difficoltà i settori più esposti al rallentamento globale. 

È qui che emerge la vera frattura del mercato europeo: non è più una questione di Paesi, ma di modelli di business. Da una parte, le aziende legate a beni reali e cicli di domanda “forzata”; dall’altra, quelle che vivono di consumi discrezionali e fiducia.

Grafico di Borsaitaliana.it

Il lusso, che per anni è stato il simbolo della crescita europea, oggi rappresenta il punto più fragile. I segnali di rallentamento della domanda globale stanno iniziando a pesare sulle valutazioni, e le recenti trimestrali hanno confermato che anche i marchi più solidi non sono immuni al cambio di scenario. Lo stesso vale per il settore tecnologico europeo: il caso SAP, penalizzata nonostante ricavi in linea con le attese, dimostra quanto i mercati siano diventati intolleranti verso qualsiasi incertezza sulle prospettive future.

Ancora più significativo è il segnale arrivato dalla Germania. Il taglio delle stime di crescita da parte del governo ha colpito il DAX e riaperto il dibattito sulla reale capacità dell’Eurozona di reggere un contesto di tassi elevati, dollaro instabile e tensioni commerciali. Se il motore industriale europeo rallenta, l’intero continente rischia di perdere slancio.

In questo quadro, l’Italia si trova in una posizione ambivalente. Da un lato, subisce come il resto dell’Europa l’impatto di un’energia più cara e di una crescita fragile. Dall’altro, alcune delle sue grandi aziende operano proprio nei settori che oggi stanno beneficiando di questa fase: energia, infrastrutture, materiali. Titoli legati a petrolio, gas, acciaio ed energia stanno tornando ad essere osservati non come semplici ciclici, ma come strumenti di protezione in uno scenario che si fa sempre più complesso.

Il messaggio dei mercati è chiaro: la fiducia nelle banche centrali non è più sufficiente a sostenere i listini. Quando la politica monetaria smette di offrire certezze, il capitale torna alle basi, a ciò che è tangibile. E in questo momento, per l’Europa, la vera spinta non arriva dalla crescita, ma dalla paura.

(foto in copertina di wirestock on Freepik)