Nello Musumeci e il paradosso dei Comuni che non investono in sicurezza

(di Cesare Gritti)
Circa 800 Comuni italiani non hanno ancora un piano comunale di protezione civile e un altro buon 30 per cento non lo ha aggiornato. I numeri che il ministro per la Protezione Civile, Nello Musumeci ha dato questa mattina raccontano una fragilità del sistema di prevenzione proprio nel momento in cui la capacità di affrontare le emergenze passa, prima di tutto, dalla preparazione dei territori. Musumeci ha colto l’occasione per lanciare un appello nazionale. A Verona il Comune ha aggiornato il proprio piano lo scorso anno.

«Vorrei che in Italia tutti i Comuni facessero quello che ha fatto il Comune di Verona», dichiara alla stampa Musumeci. Il piano comunale, spiega, è il primo strumento per prevenire i rischi e organizzare gli interventi in caso di emergenza. Non basta, però, metterlo nero su bianco, bisogna individuare le fragilità del territorio, pianificare le procedure e informare i cittadini, perché ciascuno sappia come comportarsi quando arriva una calamità. L’aggiornamento, aggiunge il ministro, dovrebbe avvenire ogni tre o quattro anni. Da qui l’appello ai sindaci: «Quando arriva, se arriva e speriamo mai, la calamità bisogna sempre farsi trovare pronti».

Un principio semplice, ma che i numeri restituiscono ancora lontano dall’essere una pratica consolidata in tutto il Paese. La tappa veronese accende i riflettori anche sul ruolo del volontariato, componente che il ministro considera imprescindibile per la Protezione Civile. In città ha incontrato una realtà descritta come motivata e ricca di entusiasmo. «Io non riesco a immaginare la protezione civile senza il volontariato», aggiunge ancora il ministro sottolineando il valore di donne e uomini che mettono a disposizione le proprie energie in nome della solidarietà. Dalla gestione delle emergenze alle infrastrutture, il confronto si è poi spostato sul ruolo strategico di Verona, snodo logistico di primo piano anche per gli aiuti destinati all’Ucraina. La sfida, secondo il ministro, è rafforzare i collegamenti tra trasporto terrestre e marittimo, rendendo più efficiente il sistema intermodale.

L’Italia, osserva, continua a sottovalutare il mare come risorsa economica, nonostante gli 8mila chilometri di coste e una lunga tradizione marittima. Un patrimonio da valorizzare anche sul piano industriale, compreso il settore subacqueo, ma la priorità immediata resta la prevenzione perché davanti a un’emergenza, la differenza si costruisce molto prima che scattino i soccorsi.