“L’Europa non può chiedere alle fonderie di sostenere il costo della transizione ambientale e, allo stesso tempo, esporle alla concorrenza di prodotti importati che non affrontano gli stessi oneri. Il rischio è rendere più conveniente importare che produrre in Europa”. Lo afferma Paolo Borchia, capodelegazione della Lega al Parlamento europeo, segretario provinciale del partito a Verona e coordinatore commissione ITRE, a margine della tavola rotonda organizzata in occasione del Consiglio annuale della European Foundry Federation (la federazione europea che rappresenta l’industria delle fonderie di metallo.), che si è tenuta a Villa Quaranta.

“È significativo – sottolinea Borchia – che questo confronto europeo si svolga a Verona, cuore di un territorio manifatturiero che conosce bene il valore della produzione industriale. Da qui deve arrivare un messaggio chiaro a Bruxelles: la competitività delle nostre imprese non può essere sacrificata”.
Nel mirino ci sono ETS e CBAM. “Dal 2026 la riduzione delle quote ETS gratuite significa maggiori costi legati alla CO₂. Costi che non si fermano qui: possono riflettersi sull’energia, comprimere i margini e rendere più difficili gli investimenti. Una fonderia deve programmare oggi impianti e tecnologie con un orizzonte di dieci o quindici anni, ma senza prevedibilità sui costi futuri aumenta il rischio e diventa più difficile ottenere finanziamenti a condizioni sostenibili”.
“Il CBAM – aggiunge – dovrebbe garantire condizioni di concorrenza più eque, ma oggi lascia fuori numerose categorie di prodotti finiti della fonderia. Si rischia così il paradosso di far pagare di più chi produce in Europa, mentre un getto o un componente importato può non sostenere oneri equivalenti”.
“L’EFF chiede di estendere il CBAM alle 41 categorie di prodotti di fonderia ancora escluse. È una richiesta di buon senso. Se vogliamo evitare il carbon leakage, dobbiamo impedire che la produzione venga semplicemente spostata fuori dall’Europa”.
“E il danno – conclude Borchia – non riguarda soltanto la bolletta: significa meno margini, investimenti rinviati, credito più costoso, perdita di commesse e, nel lungo periodo, meno produzione e occupazione. Secondo Confindustria, nel primo semestre 2025 le imprese italiane hanno pagato 278 euro per MWh contro 216 nella media Ue e 183 in Francia. L’Europa deve difendere l’ambiente senza mettere fuori mercato chi produce. Se perdiamo l’industria, non avremo risolto il problema delle emissioni: avremo semplicemente spostato produzione e lavoro altrove”.



