Pensioni con rivalutazioni di pochi euro. Le minime aumentano di 3,13 euro mensili. Meno di 10 euro quelle da 1.000 euro lordi

«Lo SPI CGIL denuncia con forza che la politica economica del governo continua a colpire in modo selettivo e penalizzante i redditi fissi, mentre mostra una sorprendente tolleranza verso chi evade o elude il fisco. Le scelte contenute nella Legge di Bilancio producono un nuovo e pesante arretramento delle condizioni di vita di milioni di pensionati. Il combinato disposto tra una rivalutazione delle pensioni insufficiente e un taglio delle tasse inefficace e diseguale non garantisce alcun recupero del potere d’acquisto. Al contrario, queste misure confermano e attivano ancora una volta il drenaggio fiscale, il meccanismo per cui i pensionati, pur ricevendo un piccolo aumento nominale, finiscono per restituirne una parte significativa attraverso la tassazione, senza alcun miglioramento reale della loro situazione». Così Adriano Filice, segretario generale Spi Cgil Verona, che illustra il sistema delle rivalutazione delle pensioni, che riserva sorprese poco gradite per i pensionati e le pensionate nel 2026. Ecco i numeri: come pubblicato in Gazzetta ufficiale del 28 novembre, il Ministero delle Finanze per il 2026 ha stabilito un misero 1,4% di adeguamento delle pensioni all’inflazione 2025 calcolata dall’Istat (perequazione). Questo aumento verrà erogato a partire dal 1° gennaio 2026. Secondo il Ministero tale misura, insieme all’incremento dello 0,8% già riconosciuto nel corso del 2025 a valere sull’inflazione 2024, dovrebbe bastare a mettere al riparo i pensionati e le pensionate dal terribile carovita che affligge il Paese da ormai molti anni. «Si tratta chiaramente di una pia illusione», sottolinea Filice. Vediamo ora qualche esempio concreto con dati forniti dall’ufficio nazionale dello Spi Cgil. Per effetto dell’adeguamento dell’1,4% una pensione integrata al minimo passa da 603,40 euro mensili del 2025 a 611,85 euro mensili del 2026 (+8,45 euro). In realtà le minime beneficiano anche del cosiddetto ”incremento transitorio”, misura temporanea decisa di anno in anno dalla Legge di Bilancio. Per il 2026 l’aumento transitorio è dell’1,3% in riduzione rispetto al 2025 quando fu ”eccezionalmente” del 2,2%. In breve, il trattamento minimo passa da 616,67 euro del 2025 (603,40+2,2%) a 619,80 euro del 2026 (611,85 +1,3%) con un aumento netto reale di appena 3,13 euro mensili. Portandoci al di sopra della no tax area, che per le pensioni è di 8.500 euro, vediamo che le rivalutazioni vengono in buona parte riassorbite dal pagamento dell’Irpef (drenaggio fiscale) che picchia più duro proprio sui redditi più bassi. Per esempio, una pensione da 1.000 euro lordi (898,10 euro netti) nel 2026 diventa di 1.014 euro (+14 euro/mese) ma, al netto dell’Irpef, l’aumento si riduce a soli 9,88 euro mensili. Il calcolo è peraltro ottimistico, non tenendo conto delle addizionali, regionale e comunale, che limano ulteriormente l’aumento netto. E ora arriviamo alla soglia della nuova aliquota Irpef del 33% (al posto del 35%) per gli scaglioni di reddito da 28 mila a 50 mila euro: una pensione da 2.800 euro lordi (2.111,74 netti) nel 2026 diventerà di 2.838,66 euro (+38,66 euro mensili) ma al netto dell’Irpef l’incremento si fermerà a 37,59 euro mensili. Vale a dire che, in questo caso, il taglio dell’aliquota non è neanche sufficiente a coprire il drenaggio fiscale. Avrà un beneficio netto soltanto chi nel 2025 percepisce una pensione lorda di almeno 3.200 euro mensili lordi (2.359,01 netti): nel 2026 verrà rivalutata a 3.243,32 euro (+43,32 euro al mese) mentre il netto, per effetto del taglio dell’aliquota, sarà di 48,57 euro, 5 euro in più. «È quindi evidente che una quota non trascurabile della rivalutazione finisce per essere assorbita dal fisco, trasformando la perequazione non in un reale ripristino del potere d’acquisto, ma in un meccanismo che contribuisce soprattutto al recupero del gettito fiscale eroso dall’inflazione» conclude il Segretario Filice.