Clima di preoccupazione tra i produttori di latte nel Veronese. I prezzi del latte spot, cioè quello sfuso in cisterna, sono crollati vertiginosamente: secondo i dati Ismea da ottobre ad agosto sono scesi da 69 euro a 53 euro a ettolitro, e sono in discesa verso i 50. Un crollo riconducibile principalmente a un eccesso di produzione su scala europea e internazionale, unito ad una fase di rallentamento dei consumi. «La situazione non ci lascia tranquilli – sottolinea Tiziano Ronca, presidente del settore lattiero-caseario di Confagricoltura Verona -. La perdita complessiva è di circa 16 euro a ettolitro in un arco di tempo molto breve, con un andamento più brusco rispetto a quanto accade di solito nei cicli stagionali del settore. Sappiamo che l’industria vuole abbassare ulteriormente i prezzi, scendendo sotto i 50 euro a ettolitro. Un prezzo che per noi sarebbe assolutamente insufficiente a coprire costi di produzione e investimenti. Sono aumentati a dismisura i costi delle macchine agricole, dei ricambi, delle mungitrici e altre attrezzature zootecniche, così come quelli energetici. Tra le materie prima tra crescendo il costo dell’erba medica e temiamo altri rincari. Inoltre, i giovani allevatori hanno compiuto importanti investimenti per modernizzare le stalle. Ma se la remunerazione del latte non è adeguata è difficile rientrare». Il tonfo dei prezzi sarebbe dovuto ad una sovrapproduzione di latte in tutto il mondo. I dati Ismea dicono che in Italia le consegne di latte sono aumentate del 2,6%, con crescite particolarmente rilevanti nelle principali aree a vocazione lattiera: + 4,2% in Veneto, + 3,4% in Lombardia, + 3,8% in Emilia-Romagna. Dinamiche analoghe si registrano all’estero in Germania e Francia, così come in Nuova Zelanda (+3,1%) e negli Stati Uniti (+1,7%). La pressione al ribasso è accentuata anche dai prezzi del latte spot di importazione – in particolare da Germania e Francia – che sta scendendo a ritmi persino più rapidi rispetto a quello nazionale, contribuendo a comprimere ulteriormente le quotazioni. I formaggi dop, pur mantenendo una maggiore stabilità, iniziano a mostrare lievi segnali di flessione, come nel caso del Grana Padano nelle ultime settimane. Il lungo periodo di prezzi elevati di inizio anno ha, inoltre, indotto molti allevatori a trattenere più vacche in stalla, come evidenziato dal calo del 12% delle macellazioni estive. Ciò ha ulteriormente ampliato l’offerta disponibile di latte. «Gli allevatori dovrebbero farsi un esame di coscienza e comprendere che produrre in eccesso equivale a sbilanciare il mercato – dice Ronca -. Bisognerebbe produrre un 10% in meno per garantire un equilibrio delle quotazioni. Ma il problema non è solo questo. Gli industriali, da un lato, cercano di tirare giù i prezzi, mentre dall’altro le politiche nazionali ed europee pongono vincoli e limitazioni che rendono sempre più difficoltoso il nostro lavoro e meno competitive le aziende. Infine, c’è sempre meno ricambio generazionale, che induce i vecchi allevatori, a fonte di perdita di redditività, a chiudere le stalle».



