(di Bulldog) La Guardia di Finanza ha annunciato questa mattina che aumenterà i controlli lungo “l’intera filiera dei carburanti”. Questo su indicazione del Governo – principale azionista di ENI, il colosso italiano dell’energia che opera a livello globale e controlla oltre il 20% del mercato nazionale – preoccupato della ripresa dell’inflazione e, probabilmente assai di più, delle ripercussioni sull’elettorato di un incremento indiscriminato dei prezzi alla pompa di benzina.
Le Fiamma Gialle parlano di “osservanza delle norme in materia di trasparenza e pubblicità dei prezzi al consumo” e, ancora, di “analizzare l’andamento dei valori di mercato dei prodotti energetici, in tutte le fasi di commercializzazione, anche allo scopo di far emergere eventuali accordi anticoncorrenziali”. Infine, per salvaguardare il gettito dell’Erario: “sarà intensificato il controllo economico del territorio al fine di far emergere eventuali condotte di evasione o di frode, realizzate attraverso l’immissione in consumo di prodotti energetici sottratti al regime impositivo, la falsa classificazione merceologica dei carburanti e la irregolarità nella circolazione e tracciabilità dei prodotti”.
Manca un solo controllo, quello sulla filiera dei prezzi. E non è cosa da poco. Benzina e gasolio al punto vendita infatti vengono ceduti a valori che vengono determinati molto lontano dal punto vendita. Il primo valore è l’indice Platts ovvero il costo di una tonnellata di benzina rilasciato dalle raffinerie, una media che tiene conto di diversi fattori (e solo il primo è il prezzo al barile dei diversi greggi) che viene utilizzata dal 90% delle prime 250 compagnie energetiche del mondo e dal 100% dei primi 50 operatori elettrici e del gas, che controllano gli oltre 8.500 prezzi spot, indici, prezzi dei contratti che vengono pubblicati ogni giorno dall’agenzia.
Conta poi molto il tipo di contratto che disciplina il singolo punto vendita: se è gestito direttamente da una compagnia; se ha il marchio di una compagnia ma il distributore è un concessionario; se l’imprenditore ha contratti di esclusiva per l’approvvigionamento dei carburanti o se si rivolge al mercato libero delle raffinerie e dei grossisti. Ed è qui che potrebbero nascere le speculazioni più marcate, con prezzi di cessione del carburante ampiamente al di sopra dell’indice Platts che ogni giorno, in tempo reale, fissa il prezzo di partenza.
Ma arrivati a questo punto, siamo appena al 30-35% del costo di un litro di benzina e diesel. Perché un successivo 60% è formato da IVA e accise, ovvero dal prelievo fiscale del Governo (sempre il primo azionista di ENI, non scordiamolo) che si fa pagare dagli automobilisti ancora la guerra d’Etiopia del 1936 e la crisi di Suez del 1956 (più altre 14 accise di scopo tolte dal governo Draghi ma ripristinate dal governo Meloni): per ogni litro che esce dalla pompa diamo al governo più di 1€. Al gestore, quello che si prende gli insulti degli automobilisti, resta poco meno del 10%: ovvero, spannometricamente, 17 centesimi al litro.
Insomma, i controlli sono sulla parte residuale della formazione del prezzo e, di fatto, sull’anello più debole della catena. Se nessuno controlla infatti i prezzi d’acquisto dei carburanti alla fonte, verificare il prezzo finale è un esercizio buono per calmare l’opinione pubblica. Per bloccare la spirale dei prezzi – Hormuz riaperto a parte – basterebbe che il governo rinunciasse ad un po’ di accise. Un po’ come chiedere la pace nel mondo: un bel proposito, ma irrealizzabile…



