(b.g.) Riccardo Patrese venerdì racconterà a Verona la Formula Uno degli anni Settanta e Ottanta nel 48.mo anniversario della morte a Monza di Ronnie Peterson: proprio l’11 settembre che, allora, segnò uno dei momenti più drammatici del motorsport e della carriera del pilota padovano. Campione del mondo di kart, e campione europeo di Formula 3, Riccardo Patrese aveva debuttato in Formula uno l’anno precedente al GP di Monaco con la Shadow. Nel 1978 si era già messo in evidenza con la Arrows al GP del Sudafrica dove aveva conquistato la testa della gara, ritirandosi per un banale guasto a quindici giri dalla bandiera a scacchi quando nessun altro pilota sembrava in condizione di minacciare la sua leadership.

Quella Formula Uno vedeva in pista grandi campioni dal pessimo carattere e dall’ego smisurato: James Hunt, Niki Lauda, Mario Andretti, John Watson, Alan Jones… Riccardo era un giovane pilota, velocissimo, promettente, era però italiano in un ambiente che vedeva nell’Italia soltanto un posto dove “prendere” soldi e fama, ma rigidamente snob nel non voler riconoscere nel club il valore dei piloti azzurri. Ad Arturo Merzario – già pilota Ferrari e salvatore di Niki Lauda al Nurburgring – i team inglesi negarono persino il diritto di avere il proprio box al GP d’Italia costringendolo a lavorare sulla propria vettura nel prato del circuito monzese.
Riccardo Patrese, poi, non era pilota da tirarsi indietro nei corpo-a-corpo: in quella stagione, prima di Monza, aveva sbattuto contro Didier Pironi in Olanda, e con James Hunt in Belgio. Nessuno alzava il piede e i contatti non mancavano. Da lì un rancore sordo di James Hunt verso Patrese che esploderà al GP d’Italia.

E’ il 10 settembre del 1978. Ronnie Peterson corre per la Lotus di Colin Chapman che schiera il modello 79, la prima, bellissima, vettura della storia ad effetto suolo. Corre per il titolo mondiale contro il suo compagno di squadra, Mario Andretti. Le qualifiche hanno visto la pole del pilota italoamericano. Sono le prove della domenica mattina. Alla Roggia, la seconda variante, Peterson però va lungo, sfonda le reti di protezione, si ferma con la Lotus al guardrail sotto i tifosi. Esce illeso – fra gli applausi di noi ragazzi – dalla vettura, ma non c’è il tempo per mettere a posto la macchina per il Gran Premio, la cui partenza è fissata per le 15:00. Il pilota svedese deve quindi partire con il muletto, una Lotus 78 – qui sopra con la quale aveva iniziato il campionato, ma non performante come la 79.

Infatti Ronnie Peterson parte più lentamente, viene riassorbito dal gruppone alla prima variante, James Hunt lo colpisce dal lato interno mentre si allarga preoccupato dall’attacco di Patrese sul suo lato destro. La Lotus sbanda di 90 gradi a destra, sbatte contro le barriere, prende fuoco. Nella carambola ci sono tantissime vetture ed altri due piloti vengono feriti. Peterson viene estratto dalla vettura, è vivo e cosciente, con molte fratture esposte alle gambe. Morirà di embolia gassosa il giorno dopo, l’11 settembre.
Hunt è il colpevole involontario dell’incidente. Ma accusa subito Patrese. Con lui anche Niki Lauda. L’Italia del motorsport non fa nulla per difendere il suo pilota che viene “processato” dai suoi colleghi – ed i giudici, guarda caso, sono Hunt e Lauda -: un atto mai visto, palesemente illegale, coi costruttori che minacciano la scuderia del padovano perchè non corra. E così sarà. Persino la magistratura italiana lo mette sotto inchiesta con l’accusa folle di omicidio. Verrà prosciolto e le carte del processo dimostreranno inequivocabilmente le responsabilità di Hunt. Anni dopo, quando però il pilota inglese è già scomparso.
E’ il periodo più nero della carriera di Patrese che poi proseguirà per tantissimi Gran Premi, arrivando secondo nel campionato del 1992 con la Williams e conquistando sei vittorie: un record che domenica Kimi Antonelli gli ha strappato. Ecco, ci sarà questo e molto altro nell’incontro di venerdì con Patrese, Giorgio Terruzzi e Danilo Castellarin a Casa Verona, all’Arsenale, con inizio alle ore 18:30. Non mancate.



