A quindici giorni dall’avvio del conflitto in Iran, i mercati delle principali materie prime mostrano una tenuta complessivamente solida, senza quelle impennate generalizzate dei prezzi che spesso accompagnano fasi di forte tensione geopolitica. L’analisi delle quotazioni evidenzia infatti un quadro “sorprendentemente” stabile. Molte delle principali commodities hanno addirittura registrato lievi riduzioni di prezzo: il nickel è sceso del 2,2 per cento, il rame del 2,3, lo zinco del 2,7, il piombo del 2,9 e lo stagno del 7,8 (vedi Tab. 1). Si tratta di segnali che indicano come le catene di approvvigionamento globali e i mercati internazionali stiano reagendo con una certa resilienza all’incertezza del contesto internazionale.
Tra le materie prime monitorate dall’Ufficio studi della CGIA, soltanto i combustibili fossili hanno mostrato forti tensioni. Il prezzo del petrolio è aumentato del 42 per cento, mentre il gas ha registrato una crescita più significativa, pari al 59,4 per cento. In entrambi i casi gli incrementi di queste ultime due settimane sono stati superiori a quelli verificatesi dopo l’invasione russa all’Ucraina (vedi Tab. 2). Si tratta di dinamiche che riflettono la particolare sensibilità del comparto energetico agli squilibri geopolitici emersi dopo l’avvio del conflitto in Iran.
Nel complesso, tuttavia, i dati delle prime due settimane suggeriscono che l’impatto del conflitto sui mercati delle materie prime è stato finora circoscritto. L’assenza di rialzi diffusi rappresenta un segnale incoraggiante per l’economia internazionale e per il sistema produttivo europeo, che almeno in questa fase non sembra esposto a una nuova ondata generalizzata di rincari delle materie prime.
Rincari, niente a che vedere con l’invasione russa in Ucraina

L’escalation di tensioni in Medio Oriente ha inevitabilmente riacceso il dibattito sugli effetti economici dei conflitti geopolitici. Tuttavia, se si osservano i dati e i precedenti più recenti, emerge con chiarezza come l’impatto potenziale di questa crisi appaia, almeno per il momento, sensibilmente diverso rispetto a quanto accaduto nel febbraio del 2022 con l’invasione russa dell’Ucraina. Allora lo shock sui mercati internazionali fu immediato e particolarmente violento. A soli quindici giorni dall’inizio dell’offensiva russa, le principali materie prime registrarono rialzi eccezionali: il prezzo del nickel aumentò del 93,8 per cento, quello del gas del 48 per cento, mentre i cereali subirono forti tensioni con il granoturco in crescita del 30,3 per cento e il frumento del 29,2 per cento. Anche l’energia e i metalli industriali furono coinvolti nella fiammata dei prezzi: il petrolio salì del 16,3 per cento e l’alluminio dell’8,3.
Quella reazione dei mercati fu il riflesso della posizione centrale che Russia e Ucraina occupano nelle catene di approvvigionamento globali, in particolare per quanto riguarda energia, metalli e produzioni agricole. L’interruzione o anche solo il rischio di interruzione di tali flussi si tradusse immediatamente in un forte shock sull’offerta, con ripercussioni diffuse sull’economia mondiale.
Caro bollette: oltre 751 milioni in più alle famiglie

Al netto del caro carburante che in queste ultime due settimane sta alleggerendo il portafoglio anche dei veneti e di eventuali misure di mitigazione del costo delle bollette che il Governo dovrebbe mettere a punto a breve, Nomisma Energia stima che le famiglie italiane potrebbero subire un aumento medio su base annua di 350 euro . Partendo da questa ipotesi, l’Ufficio studi della CGIA ha stimato approssimativamente che il rincaro complessivo delle bollette sui bilanci delle 2,1 milioni di famiglie venete potrebbe toccare i 751,8 milioni di euro. Gli aumenti più consistenti si concentrerebbero nella provincia di Padova con una stima di 143,7 milioni di euro. Seguono Verona con 143 milioni, Venezia con 134,1, Treviso con 131,3 e Vicenza con 130,4.



