Tumori al fegato: il “Modello Verona” raddoppia la sopravvivenza e abbatte gli effetti collaterali

Aumenta la sopravvivenza libera dai tumori al fegato e crollano drasticamente gli eventi avversi epatici. Non è il risultato di un singolo farmaco miracoloso, ma di una vera e propria rivoluzione organizzativa nella gestione dei pazienti affetti da carcinoma epatocellulare (HCC).

I risultati di questo nuovo approccio clinico, testato su 146 pazienti ricoverati in alcuni dei principali centri di eccellenza italiani Aoui Verona, IOV di Padova, CRO di Aviano (Pn), Ospedale Niguarda e Humanitas di Milano, sono così evidenti da aver meritato la pubblicazione sulle pagine di Liver Cancer, la più prestigiosa rivista internazionale dedicata all’oncologia epatica.

I numeri del successo: la forza dell’approccio integrato

Il segreto di questo successo risiede in un nuovo modello di gestione ambulatoriale multidisciplinare, nato a Verona nel 2022. Per sei mesi, i pazienti sono stati valutati e curati congiuntamente da un team composto sia da epatologi che da oncologi.

I dati della ricerca multicentrica, intitolata “Multidisciplinary clinic approach improves immunotherapy treatment outcomes in unresectable hepatocellular carcinoma”, parlano chiaro. Confrontando il 53% dei pazienti (77) seguiti con il nuovo modello integrato rispetto al restante 47% (69) affidato alle cure oncologiche standard, sono emersi vantaggi clinici inequivocabili:

  • Sopravvivenza libera da progressione (PFS): Quasi raddoppiata, passando da 7,7 a 13,6 mesi.
  • Tasso di controllo della malattia (DCR): Salito al 70,1%, contro il 60,3% del gruppo di controllo.
  • Eventi avversi epatici: Drasticamente ridotti, crollando dal 40,6% ad appena il 10,4%.

Una patologia complessa che richiede due registri

Il carcinoma epatocellulare è il tumore primario del fegato più diffuso al mondo. La sua natura insidiosa deriva dal fatto che, quasi sempre, si sviluppa su un organo già profondamente compromesso da malattie croniche, come la cirrosi. Questa dualità richiede di trattare contemporaneamente il tumore e la grave disfunzione epatica sottostante.

Il progetto scaligero — guidato dal dott. Andrea Dalbeni (Medicina generale C dell’Aoui di Verona e presidente SIMI Triveneto) e dalla dott.ssa Alessandra Auriemma (responsabile dell’ambulatorio multidisciplinare per l’Oncologia) — ha dimostrato che unire le forze permette una selezione dei trattamenti più mirata e una gestione degli effetti collaterali nettamente superiore.

“L’ambulatorio multidisciplinare Onco-Liver nasce nella nostra Azienda nel 2022, in concomitanza con l’arrivo di nuovi farmaci, ed è stato il primo in Italia,” spiegano Dalbeni e Auriemma. “La complessità di curare una patologia tumorale su un fegato già malato ci ha spinto a unire competenze diverse per fornire ai pazienti una gestione integrata più efficace e rapida.”

Verso l’Healthcare 5.0

Questa innovazione va ben oltre la pratica clinica quotidiana, tracciando una rotta per il futuro della medicina ospedaliera. Come sottolinea il prof. Michele Milella, direttore dell’Unità Operativa Complessa di Oncologia: “Questi risultati confermano che l’innovazione organizzativa è importante quanto l’introduzione di nuovi farmaci in patologie complesse. Il modello si ispira all’Healthcare 5.0: spostare le cure verso la personalizzazione e la sostenibilità, mettendo al centro la persona. È il frutto della profonda integrazione tra Università e Azienda Ospedaliera.”

Il prof. David Sacerdoti, direttore della Liver Unit, chiarisce ulteriormente il ruolo cruciale di questa sinergia: “La terapia dell’HCC è solo in parte oncologica. Il malato soffre spesso di cirrosi e complicanze metaboliche (diabete, obesità, problemi cardiovascolari). Gestire questa ‘quota non-tumorale’ permette al paziente di affrontare meglio la terapia oncologica e di proseguirla più a lungo, prevenendo gli effetti collaterali.”

Le prospettive future

Visti gli straordinari traguardi raggiunti, l’esperienza di Verona ha rapidamente fatto scuola, venendo adottata in altri centri italiani. Il prossimo passo? Estendere questo vincente modello organizzativo anche alle neoplasie primitive delle vie biliari, confermando che nella medicina moderna il lavoro di squadra non è solo un’opzione, ma la cura stessa.

(Hanno contribuito alla realizzazione del progetto, oltre ai direttori citati: l’infermiera Martina Faccini, i dottorandi Michele Bevilacqua e Filippo Cattazzo, e il medico in formazione Marco Vicardi).