Nell’attesa di nuovi accordi con l’UE, resta alto l’interesse per i prodotti italiani
La notizia sta facendo rumore nel mondo, non piccolo, degli esportatori di vino italiano nel Regno Unito: è in atto una vera e propria concentrazione che porta i big del commercio inglese come Tesco a rilevare i maggiori importatori. Il fenomeno coinvolge i riferimenti in Inghilterra dei principali brand italiani e il mercato londinese è una realtà importante che al 30 giugno scorso cubava oltre 345 milioni €, la terza destinazione dopo USA e Germania.
Concentrazione significa soprattutto che sempre più il prezzo lo farà il compratore inglese – di fatto, pochi oligopolisti – con conseguenze perniciose per i vignaioli italiani che sono nella non felice situazione di avere le cantine piene col rischio di svendere oggi il prodotto e penare le pene dell’inferno nei prossimi anni per riuscire a far risalire i margini.
«Il winelover inglese resta comunque molto affezionato al prodotto italiano – spiega Michele Corradi, importatore veronese della GiottoFood UK, che risiede nella “grande Londra” dal 2012 che ha ampliato da poco all’agroalimentare il proprio portafoglio – : il mercato del Regno Unito è sì monopolizzato da tre, quattro realtà dominanti, ma l’interesse del consumatore non è scemato. Cerca novità, nuovi territori, nuove etichette. Consideriamo anche che troppo spesso l’offerta è standardizzata nonostante l’evoluzione dell’acquirente locale».
Quanto ha pesato e pesa la Brexit?
«Indubbiamente la Brexit ha cambiato il mercato. Diciamo che ha reso più complicato e costoso mettere le mani su nuovi prodotti continentali, ha contribuito ad alzare il costo della vita, ma andiamo verso una fase di assestamento e, forse, di nuovi cambiamenti attraverso nuovi accordi commerciali che il governo di Londra sta ipotizzando. Vedremo l’evoluzione, ma la costante – ripeto – è l’interesse, il desiderio di avere made-in-Italy sulle tavole inglesi dove è visto come sinonimo di qualità».
L’oligopolio de facto che si sta creando renderà più difficile a nuove realtà testare il mercato inglese…
«La nostra esperienza – risponde Michele Corradi – ci dice che per ottenere risultati la presenza in UK va pianificata e analizzata sin dalla decisione iniziale di approcciare questo mercato. E’ questo aspetto che fa la differenza: un piccolo importatore come noi lavora taylor-made, seguiamo il produttore sin dalle prime fasi d’approccio, verificando insieme la realtà del mercato, le potenzialità del prodotto, le necessità logistiche, la fiscalità e la produzione documentale…»
Altra burocrazia?
«Sì, è un altro approccio burocratico. Sono molto esigenti all’inizio, ma poi quello che si è stabilito è legge, non viene più modificato e non ci sono interpretazioni aggiuntive. Quello che si decide, è. Su entrambi i lati del tavolo. Da qui la necessità di iniziare a lavorare con le autorità doganali prima di avviare l’esportazione».
Che spazi ci sono?
«Sul mercato inglese? Per me, c’è molto spazio. I prodotti presenti sono sempre gli stessi, i prezzi sono cresciuti, e c’è voglia di novità. Noi, ad esempio, facciamo scouting costantemente cercando prodotti di nicchia che possano sorprendere come qualità/prezzo. Non soltanto vino: dal miele ai formaggi ai prodotti da forno, il Regno Unito ha voglia di cibo italiano ed è alla ricerca di nuovi sapori».



