Valentina Zanella: “Porto la gentilezza al cinema”

(di Virginia Marchiori)

Questa sera al cinema Kappadue, alle 18.30 e alle 21.00, arriva sul grande schermo “Non è la fine del mondo” l’adattamento dell’omonimo bestseller di Alessia Gazzola. Abbiamo incontrato la regista Valentina Zannella e il produttore Nicola Fedrigoni, entrambi veronesi. Lui è lo scheletro, lei i muscoli e la pelle di K +, realtà produttiva fondata a Verona nel 2007.
Al centro della storia c’è Emma De Tessent, giovane stagista che si muove nella Roma del cinema, sognante e caotica. Un percorso che la porterà a scoprire che Pietro Scalzi, produttore dall’aria tenebrosa, non è il cattivo che credeva, ma l’eroe che non si aspettava.
Valentina, da dove nasce l’idea di adattare questo libro di Alessia Gazzola?
«È stata quasi una casualità fortunata. Alessia mi regalò il libro anni fa dicendomi: “Guarda, questo è il mio unico stand-alone, non ha serialità come L’allieva o Costanza, secondo me verrebbe un bellissimo film”. Lo lessi, me ne innamorai e oggi siamo qui, con il film pronto. Abbiamo però lavorato con Federico Fava per renderlo più attuale. Il libro ha dieci anni e allora le piattaforme streaming praticamente non esistevano. Il mondo è cambiato moltissimo.»
Perché sentivi necessario raccontare questa storia adesso?
«Parla di precariato, di una ragazza eternamente stagista nel mondo del cinema, un tema sempre molto attuale. Ma mi piaceva affrontarlo con una chiave diversa, questa Emma ha una gentilezza intransigente. In un momento storico di abbrutimento totale, raccontare una giovane donna che si fa strada nella vita con la gentilezza era qualcosa che mi ispirava profondamente. Inoltre, la frase “non è la fine del mondo” è un mantra sia di Emma sia mio, cerco sempre di vedere il bicchiere mezzo pieno. Il libro ne era già permeato e non ho fatto altro che rispettare questa Emma De Tessent uscita dalla penna di Alessia, metterle addosso qualcosa di mio e diffondere quella gentilezza che, tra l’altro, si è respirata su tutto il set, nel cast e nella troupe. Non è scontato, i set sono sempre molto duri, ma noi abbiamo avuto il dono di poter lavorare con gioia.»
Come avete lavorato sulla sceneggiatura?
«In modo molto naturale, anche se abbiamo fatto varie versioni, tenendo sempre aggiornata Alessia. Il libro ha tante sotto-storie, legate a Tessai, alla madre di Emma e ad Arabella, e abbiamo dovuto alleggerire, altrimenti sarebbe diventata una serie o un film di tre ore. Alessia ha sempre approvato i nostri aggiornamenti, dicendoci che la sceneggiatura restava fedele ai suoi personaggi. Quando l’autrice è contenta, lo sono ancora di più anch’io.»

Com’è stato il casting? Come hai scelto Fotiní Peluso e Andrea Bosca?
«Di Fotiní vidi un suo video girato per Vanity Fair a Venezia, in cui chiedeva ai produttori italiani di darle finalmente un ruolo comico. Guardandola, ho visto Emma, non Fotiní. Le ho dato la sceneggiatura e, dopo cinque ore, mi ha richiamato ridendo: “Lo voglio fare assolutamente”. Per Andrea Bosca, ripensando alla descrizione del personaggio nel libro, un uomo alto, fisico asciutto, sorriso enorme, l’ho visto e ho detto: è lui. La chimica l’ho verificata semplicemente durante un colloquio, lasciandoli parlare insieme. Avevano già lavorato insieme dieci anni prima e bastava guardarli chiacchierare per capire che la magia c’era.»
Avete girato tra Roma e Verona: come avete gestito questa doppia anima?
Ufficialmente la storia è ambientata a Roma, ma cinque settimane su sette le abbiamo girate a Verona, anche dietro casa mia, nel quartiere di Borgo Trento. Abbiamo simulato Roma con location veronesi e, quando si dice che Verona è una piccola Roma, posso garantirlo. Ho inserito anche qualche dettaglio veronese con affetto, riferimenti alla cucina locale e al premio Neri Pozza, piccole tessere di identità territoriale.»
Spostiamoci sul versante produttivo, con Nicola. Qual è stato il rapporto con il territorio veneto?
«Il film si apre con una bella immagine di Roma, ma sotto compare il logo della Regione Veneto e della Veneto Film Commission, perché abbiamo vinto un bando regionale e siamo stati supportati da loro. Abbiamo voluto invertire un meccanismo che di solito funziona al contrario: normalmente, quando le produzioni arrivano sul territorio, dicono che non c’è nessuno che sappia fare il lavoro e portano tutti da Roma. Noi invece abbiamo voluto portare le nostre maestranze, i nostri tecnici e i nostri artisti a Roma, dimostrando che sappiamo fare questo lavoro.»
Verona merita più attenzione come polo cinematografico?
«Assolutamente sì. Dal punto di vista logistico siamo un crocevia fondamentale: il punto di unione tra la produttività milanese e le bellezze delle location veneziane, con Bologna e la sua Cineteca raggiungibili in poco tempo, così come Roma. Ma soprattutto abbiamo le maestranze. Qui c’erano gli studi RAI di Cerea e oggi abbiamo la Fondazione Arena con i suoi professionisti di scenografia, costumi e comparse. Quella vena tecnico-artistica c’è, va solo risvegliata. Stiamo lavorando in questa direzione anche attraverso corsi con la Scuola Salesiana, in collaborazione con la Regione Veneto, per rafforzare questa identità e far crescere i talenti locali.»
Quali sono i progetti futuri?
«Nasciamo come service per il cinema internazionale e, in questo momento, stiamo lavorando molto con produzioni americane, titoli di rilievo mondiale che non possiamo ancora rivelare. Sul fronte dello sviluppo, acquistiamo diritti letterari e soggetti originali e Valentina segue personalmente la linea editoriale. Investiamo quello che guadagniamo per costruire i progetti del futuro.»
“Non è la fine del mondo” è al cinema Kappadue (via Rosmini 1) questa sera alle 18.30 e alle 21.00. Interverranno in sala per un incontro con il pubblico prima della proiezione: la scrittrice Alessia Gazzola, autrice del romanzo omonimo, la regista Valentina Zanella, e gli attori, Fotinì Peluso e Andrea Bosca.