Per mettere in sicurezza il territorio italiano dal rischio idrogeologico servono investimenti aggiuntivi stabili compresi tra 3 e 5 miliardi di euro l’anno. È una delle principali evidenze della ricerca “Il rischio idrogeologico in Italia: gli impatti economici e gli investimenti di salvaguardia necessari”, presentata ierida CER-Centro Europa Ricerche, nella seconda giornata di SaMoTer 2026, il Salone internazionale triennale delle macchine per costruzioni che si chiude oggi. Lo studio conferma la crescente fragilità del territorio nazionale di fronte al cambiamento climatico. In Italia gli eventi climatici estremi sono aumentati del 35% dal 2010 a oggi e la probabilità che si verifichino risulta superiore di circa un terzo rispetto a vent’anni fa. Un trend destinato a intensificarsi, con impatti diretti sulla sicurezza delle persone, sulla tenuta delle infrastrutture e sulla continuità del sistema produttivo.

Alla presentazione della ricerca, tenuta da Stefano Fantacone, direttore delle Ricerche di CER, sono intervenuti anche Michele Vitulano, presidente di Unacea; Tatiana Bartolomei, componente del Consiglio nazionale dei Geologi; Luca Iozzi, product manager & business development HMCD di Leica Geosystems S.p.A e Mattia Bodino, marketing dep di Merlo Group.
L’evento ospitato all’interno di SaMoTer sottolinea il ruolo strategico del settore delle costruzioni e delle infrastrutture nella gestione del rischio idrogeologico. Prevenzione, manutenzione, innovazione tecnologica e capacità di realizzare interventi efficaci rappresentano leve decisive per affrontare gli effetti del cambiamento climatico e ridurre i costi economici e sociali delle emergenze.
Alla base dell’aumento degli eventi estremi c’è soprattutto la dinamica delle temperature. Secondo la ricerca, la probabilità di registrare temperature massime estreme è oggi circa doppia rispetto a vent’anni fa, mentre quella delle temperature minime estreme è cresciuta del 50%. L’innalzamento termico contribuisce anche all’intensificazione di altri fenomeni: la probabilità di precipitazioni estreme è aumentata fino al 20%, quella dei grandi incendi del 40%.
Tutte le regioni italiane risultano coinvolte, ma con livelli di esposizione differenti. Le aree tirreniche mostrano un impatto più intenso sul fronte delle temperature, mentre per le precipitazioni il rischio maggiore si concentra nelle regioni orientali e nel Mezzogiorno, con Emilia-Romagna e Veneto tra i territori più esposti. La vulnerabilità climatica è particolarmente elevata anche nelle aree più industrializzate del Paese, in particolare nel Nord-Ovest, nel Nord-Est e in Friuli, dove la maggiore probabilità di eventi catastrofici può avere conseguenze rilevanti anche sul sistema produttivo.
Il quadro internazionale conferma la criticità della situazione italiana. Secondo il Climate Risk Index, l’Italia è al quinto posto nel mondo per impatti degli eventi climatici estremi e al primo tra i Paesi industrializzati, anche a causa dell’elevato numero di vittime registrate tra il 1993 e il 2022, pari a circa 38mila.
Anche il bilancio economico è già significativo. Tra il 1999 e il 2024 in Italia si sono verificati oltre 25mila eventi climatici estremi, con un costo complessivo per la collettività stimato in quasi 21 miliardi di euro. A questi dati si aggiungono ritardi e criticità nell’attuazione degli interventi: non tutti i ristori sono stati erogati e solo il 36% degli interventi programmati è stato concluso. Per circa un quinto delle misure di ristoro e risanamento la fase di progettazione non è ancora iniziata. Inoltre, il 38% dei cantieri finanziati a partire dal 2010 risulta ancora da avviare e il 19% è fermo alla progettazione.
I primi dati del 2026 indicano un ulteriore aggravamento della situazione finanziaria. La legge di bilancio ha previsto 933 milioni di euro per le emergenze climatiche, ma nei primi mesi dell’anno le sole emergenze nel Centro-Sud hanno già superato 1,2 miliardi di euro. In questo contesto, gli stanziamenti assegnati al Piano “ProteggItalia”, pari a 14,3 miliardi di euro fino al 2030, rischiano di rivelarsi insufficienti rispetto alle dimensioni assunte dalla crisi climatica e dal dissesto idrogeologico nel Paese.
Il rischio riguarda direttamente milioni di cittadini. Oltre il 15% della popolazione italiana, pari a più di 9,2 milioni di persone, vive in aree a rischio di alluvione, mentre circa 1,2 milioni risiedono in zone a rischio frane. Nel complesso, oltre 10 milioni di italiani risultano esposti al rischio idrogeologico.

La ricerca CER evidenzia quindi la necessità di un cambio di approccio: dalla gestione ex post delle emergenze, basata prevalentemente sui ristori, a una strategia strutturale di prevenzione e messa in sicurezza del territorio. Un passaggio non più rinviabile, che richiede risorse adeguate, maggiore capacità di pianificazione e un coordinamento più efficace tra Governo centrale, Regioni, enti territoriali e soggetti attuatori.
Secondo lo studio, per garantire un’effettiva salvaguardia del territorio è necessaria una dotazione aggiuntiva stabile compresa tra 3 e 5 miliardi di euro l’anno, insieme a un rafforzamento della governance e della capacità realizzativa degli interventi. Un obiettivo che chiama in causa direttamente il comparto delle macchine per costruzioni, al centro della 32ª edizione di SaMoTer.



