Verona, vincerà chi motiverà

Marco Marturano, analista politico: “Questi non sono voti nuovi, ma elettori di ritorno. E alle prossime elezioni amministrative vorranno contare di più”

(di Virginia Marchiori)
Il dato più immediato che salta agli occhi non è solo il risultato, ma quante persone siano andate a votare. Come legge l’affluenza di ieri?
È il primo elemento che bisogna analizzare, prima ancora di parlare di Sì e No. Siamo arrivati quasi al 59% di affluenza, poco meno di dieci punti in più rispetto alle elezioni europee 2024, che si erano fermate per la prima volta in un’elezione nazionale al 49%. Questo dato di ieri è straordinario nel contesto recente degli ultimi anni sia nelle amministrative che nelle regionali. Anche il Veneto è tornato tra le prime quattro regioni italiane per partecipazione. Non stiamo parlando di voto nuovo ma di un voto di ritorno. Sono tornati a votare elettori di centrosinistra e di centrodestra che si erano posizionati nell’astensionismo per delusione verso i partiti e i temi che mettevano al primo posto.
Come mai i sondaggi hanno mancato così clamorosamente questa previsione?
Hanno sbagliato di più di due cifre sulla partecipazione. E non solo: molti sondaggi sostenevano che se avesse votato più del 50% dell’elettorato, avrebbe automaticamente vinto il Sì. È successo l’esatto contrario. Il motivo è che le ricerche erano costruite sul modello di affluenza degli ultimi anni — un elettorato abitudinario, consolidato, prevedibile. Quando invece si allarga la platea, i modelli non reggono più. Ci chiamiamo in causa tutti: ricercatori, giornalisti, politici. Nessuno di noi ha visto arrivare questa ondata anche se alcuni hanno lavorato per provare a rigenerare partecipazione.
Veniamo alla campagna. Come giudica i toni e le strategie comunicative di entrambi gli schieramenti?
Con alcune eccezioni rilevanti, la campagna prevalente, sia da parte dei sostenitori del Sì sia del No, è stata quella di attaccare maggiormente l’avversario. I toni usati nei confronti della magistratura dai sostenitori del Sì sono stati molto aggressivi, con il ricorso a un linguaggio bellico in un Paese che giustamente si dichiara per la pace. Anche sull’altro fronte, però, non sono mancati toni accesi, spesso eccessivi. Al contrario, associazioni come le ACLI e l’ARCI hanno condotto una campagna centrata sui contenuti e sulla Costituzione, senza demonizzare l’avversario e senza negare la necessità di una riforma della giustizia ben fatta. Proprio l’innalzamento dei toni, soprattutto da parte della politica, ha finito per produrre un effetto opposto a quello sperato da chi lo ha alimentato, che inizialmente prevedeva una bassa affluenza e aveva quindi impostato una campagna rivolta più ai sostenitori che all’elettorato di opinione.
Meloni aveva inizialmente scelto di non personalizzare la campagna referendaria, ma nelle ultime settimane è stata molto presente. Come ha influito questa scelta sul risultato?
La Presidente aveva impostato il suo approccio in modo esplicitamente diverso da Renzi nel 2016: nessun “mi dimetto se perdo”, nessuna messa in gioco personale. Eppure nelle ultime due settimane si è ritrovata a essere la vera protagonista della campagna del Sì. L’obiettivo era chiaro: consolidare e allargare l’elettorato di centrodestra. E in parte ha funzionato: una quota di elettori di centrodestra che non andava più alle urne è tornata a votare proprio perché lei c’era. Il problema è che ha prodotto un effetto identico ma speculare sull’altro fronte. Quegli elettori di centrosinistra che da anni si erano “parcheggiati” nell’astensionismo, vedendola così in campo, ci hanno rivisto esattamente la stessa dinamica di Renzi dieci anni fa. È stato, in sostanza, un effetto a doppio taglio: ha portato voti al Sì, ma ha probabilmente portato ancora più voti al No.

Cosa insegna questo referendum sul futuro della comunicazione politica?
Da entrambe le parti si è imparato che se vuoi rimotivare le persone a partecipare, non ti basta più puntare sui tuoi elettori di appartenenza. Le campagne costruite solo per i propri consolidation tifosi funzionavano in un mondo in cui l’astensionismo era prevedibile e stabile. Ieri abbiamo visto che quel mondo non esiste più. Chi vorrà vincere dovrà fare campagne che allargano, che parlano a chi si è allontanato dalla politica, che convincono invece di limitarsi a mobilitare. Potremmo vedere una Presidente Meloni più moderata e una Schlein più persuasiva, più popolare. Mi aspetto da entrambi i lati un cambiamento.
Quanto influisce il risultato di questo referendum sulle prossime tornate locali, e come leggere in questo senso il caso Verona?
Bisogna fare attenzione a non fare traduzioni meccaniche tra risultato referendario e voto amministrativo. Le grandi città tendono ad avere un elettorato d’opinione molto più significativo rispetto ai centri minori, e Verona ne è un esempio perfetto. Ieri ha vinto il Sì, ma con una partecipazione alta. Questo non è un voto di appartenenza seduto: è un voto d’opinione che si è mosso, che è stato motivato, che ha scelto. La lezione per ogni prossima tornata elettorale è una sola: c’è un elettorato enorme che ieri ha detto chiaramente “se mi motivi a votare, io ci sono.” Chi saprà costruire quella formula avrà un vantaggio enorme.
Restiamo in Veneto. Il dato sulla partecipazione sembra raccontare qualcosa di più profondo.
È un dato che va sottolineato con forza, perché arriva dopo mesi in cui il Veneto aveva toccato alcuni dei minimi storici di partecipazione. Alle ultime regionali la regione aveva registrato percentuali tra le più basse d’Italia, e se vai a guardare i voti assoluti rispetto a vent’anni prima, il Veneto aveva perso un milione di voti. Ieri molti di quegli elettori sono tornati. Questo indica una vivacità e una reattività democratica che molti davano per sopita. Sul risultato del voto in sé, il Nordest conferma una tendenza strutturale che dura da trent’anni: un territorio che esprime una maggioranza di centrodestra solida, con percentuali di Sì superiori alla media nazionale — con la novità, però, di un elettorato che ha dimostrato di voler tornare a farsi contare. E in tal senso bene ha fatto di sicuro il Presidente della Regione Alberto Stefani a scegliere di assegnare a un assessore la delega alla partecipazione, perché il dato di ieri dimostra che molti si può fare in questo senso in Veneto.
C’è un altro protagonista di ieri che merita attenzione: i giovani. Come legge il loro ruolo?
Le ACLI nazionali avevano fotografato qualcosa di molto preciso già l’anno scorso in una ricerca su giovani e partecipazione: i giovani — in particolare la GenZ — hanno un atteggiamento nei confronti della politica che non è né dentro né contro. Sono coinvolti, sono attenti alla politica, ma non si ritrovano nel modo in cui i partiti costruiscono l’agenda politica. Preferiscono l’associazionismo, preferiscono attivarsi su cause specifiche.
E ieri quella causa era la difesa della Costituzione. Ci dice che questi ragazzi non sono apatici, sono selettivi. C’è però un elemento significativo: una parte di quel voto giovanile al No è stata alimentata anche dalla politica estera. Una quota di ragazzi che ieri sono andati a votare lo hanno fatto anche perché questo governo fatica a prendere posizioni nette contro Trump. E poi ci sono i temi strutturali che la politica continua a sottovalutare: il lavoro, la precarietà, la casa. Finché rimarranno fuori dall’agenda o ai margini, quella generazione continuerà a stare fuori — salvo quando trova una causa abbastanza concreta o ideale da farla tornare alle urne, come è accaduto domenica e lunedì. E del resto, se la politica guarda anche e soprattutto agli adulti, sono tanti i genitori preoccupati del futuro dei loro figli e quindi cambiare di più l’agenda della politica in questa direzione è decisivo per motivare sia i giovani che i genitori.