(di Bulldog) Non voglio entrare nel merito della vicenda giudiziaria, è sufficientemente ridicola di suo. Un faccendiere pregiudicato che intrattiene rapporti amicali con un giornalista d’inchiesta, al centro in questi giorni di mille polemiche nei giornali in merito alle tecniche di narrazione utilizzate nel suo programma. Un giornalista di cui viene progettata la carriera politica, attraverso la messinscena di un attentato per acquisire un vantaggio politico: tutto questo azzera totalmente quanto fatto di buono in una lunga carriera. Ma di tutto questo mi frega il giusto.
Il punto è diverso: questa “roba” nasce in quell’ “ambiente protetto” che è il servizio pubblico della Rai. Una struttura ridondante, costosissima, che campa col contributo pubblico, pagato obbligatoriamente da tutti i cittadini che non possono scegliere se vogliono o meno guardare i suoi programmi; una realtà che, in virtù dell’abbonamento forzoso imposto ai contribuenti, è anche un elemento distorsivo del mercato pubblicitario; una realtà che – a mio personale giudizio – non fa della qualità della sua informazione e dei suoi programmi la propria mission; dove le carriere professionali sono esclusivamente legate all’appartenenza politica. Dove persino le rassegne stampa della rete più sfigata è dopata dal pregiudizio politico. Dove non si è nemmeno in grado di fare la cronaca di un evento senza dire banalità.
Quanti di noi pagherebbero l’abbonamento Rai se non fosse infilato nella bolletta dell’energia elettrica? Nessuno. N-E-S-S-U-N-O. E siamo tutti costretti ad abbonarci ad altre piattaforme per avere una lettura decente della realtà e cronache di qualità. Un carrozzone che costa un mucchio di soldi e che a fine agosto 2026 non ha ancora pubblicato online il bilancio approvato il 21 maggio scorso. E’ una realtà pubblica: quel bilancio dev’essere trasparente ed immediatamente disponibile per i contribuenti senza obbligarli a fare una visura in Camera di commercio. Il fatto che non venga pubblicato sul sito istituzionale la dice lunga sulla considerazione che in Rai c’è per spettatori e contribuenti. Diciamocela tutta: abbiamo finanziato per troppi anni questa “roba”. Ed è ora che lo Stato esca dall’informazione facendo il proprio mestiere (che non è certo fare l’editore) lasciando ai privati il compito di farlo.
Tanto, ne siamo sicuri, non è certo questa RAI il cane da guardia della democrazia italiana.



