Emma Bonino, la libertà come responsabilità

di Giorgio Pasetto

La scomparsa di Emma Bonino, a 78 anni, non rappresenta soltanto la perdita di una grande protagonista della politica italiana ed europea. Per molti di noi significa salutare un punto di riferimento, una donna che per oltre mezzo secolo ha dimostrato che la politica può ancora essere battaglia di idee, difesa delle libertà e assunzione personale di responsabilità.

Ho avuto la fortuna di conoscere Emma personalmente, prima nei comitati di Radicali Italiani e successivamente durante la mia esperienza, durata circa cinque anni, in +Europa.
Per questo il mio ricordo non può essere soltanto quello dell’uomo politico che guarda alla sua storia pubblica. C’è inevitabilmente qualcosa di più personale: il ricordo degli incontri, delle discussioni e soprattutto della straordinaria lucidità con cui Emma sapeva leggere la politica e la società.

Emma Bonino ha rappresentato, insieme a Marco Pannella, uno dei riferimenti fondamentali della cultura radicale, liberale e libertaria del nostro Paese.

La loro è stata una storia politica particolare. Spesso minoritaria nei numeri, quasi mai minoritaria nelle idee.
Molte battaglie che quando furono iniziate apparivano provocatorie, impossibili o persino scandalose sono diventate, con il passare degli anni, parte del patrimonio civile dell’Italia.
Divorzio, aborto, autodeterminazione, diritti delle donne, lotta contro la pena di morte, condizioni delle carceri, libertà individuali, giustizia internazionale, lotta alle mutilazioni genitali femminili: dietro queste battaglie c’era una concezione molto precisa della politica. La persona viene prima dello Stato, delle ideologie e delle appartenenze.
Ma sarebbe profondamente riduttivo ricordare Emma Bonino soltanto come la protagonista delle grandi battaglie per i diritti civili.
Emma è stata anche una donna delle istituzioni.

Eletta per la prima volta alla Camera nel 1976, ha attraversato cinquant’anni di vita pubblica italiana ed europea. È stata parlamentare italiana ed europea, Commissaria europea, ministro per le Politiche europee e il Commercio internazionale e, infine, Ministro degli Esteri.
E proprio la dimensione internazionale rappresenta, a mio avviso, una parte essenziale della sua eredità politica.

Da Commissaria europea si occupò, tra l’altro, di aiuti umanitari, portando l’Europa dentro alcune delle crisi più drammatiche del nostro tempo. Si impegnò per la giustizia internazionale, per la Corte penale internazionale, contro la pena di morte e contro le mutilazioni genitali femminili. Afghanistan, Balcani, Africa: per Emma i diritti umani non potevano fermarsi davanti ai confini nazionali.
Ed è forse qui che ritrovo uno degli aspetti della sua politica che sento più vicini.

Emma era profondamente europea. Ma il suo europeismo non era retorico, né burocratico. Era politico.
Credeva nella necessità di costruire un’Europa più forte, federale, democratica, capace di esercitare una politica estera comune e di difendere ovunque lo Stato di diritto e le libertà fondamentali. Già da Ministro degli Esteri sosteneva apertamente la necessità di scegliere tra una semplice “Europa delle patrie” e una vera prospettiva federale.

Oggi, mentre l’Europa torna a confrontarsi con guerre, nazionalismi, autoritarismi e con la tentazione di rinchiudersi nuovamente dentro i propri confini, quelle parole acquistano una forza ancora maggiore.
Di Emma conserverò soprattutto una caratteristica: la lucidità.

Si poteva essere d’accordo o meno con lei. E spesso, anche all’interno dello stesso mondo politico, si discuteva molto. Ma difficilmente le sue posizioni erano il risultato della convenienza del momento.
Dietro c’era quasi sempre un ragionamento, una visione, un principio da difendere.
Questo è probabilmente uno degli insegnamenti più importanti che Emma Bonino e Marco Pannella lasciano alla politica italiana: non bisogna necessariamente essere maggioranza per avere ragione, e non bisogna rinunciare alle proprie idee soltanto perché in quel momento sono impopolari.

La politica radicale ci ha insegnato anche questo: anticipare i problemi, provocare il dibattito, costringere la società e le istituzioni a discutere di ciò che spesso preferirebbero ignorare.
E farlo attraverso la nonviolenza, il diritto, le regole democratiche.

Bonino ricordava che proprio Pannella le aveva insegnato quanto le regole fossero essenziali, perché per una minoranza “l’unica cosa che può proteggerla sono le regole e le leggi”. È una concezione profondamente liberale dello Stato e della democrazia.
Personalmente considero Emma uno dei riferimenti che hanno contribuito a costruire la mia idea di liberalismo.
Un liberalismo che non significa semplicemente meno Stato o più mercato. Significa innanzitutto libertà individuale, responsabilità, Stato di diritto, laicità delle istituzioni, tutela delle minoranze, apertura internazionale ed Europa.
Significa avere il coraggio di difendere i diritti soprattutto quando quei diritti riguardano qualcuno diverso da noi.
Emma Bonino ha combattuto per tutta la vita battaglie che spesso non portavano voti. Alcune le ha vinte, altre le ha perse. Altre ancora rimangono aperte.
Ma forse è proprio questo il significato più autentico della sua esperienza politica.
La politica non è soltanto conquistare il consenso. È anche provare a cambiare la società.

Ho avuto la fortuna di percorrere un piccolo tratto di strada politica accanto a lei, prima nel mondo radicale e poi nell’esperienza di +Europa. È qualcosa che oggi sento ancora più prezioso.

Se dovessi racchiudere in poche parole ciò che Emma Bonino lascia a chi crede nei valori liberali, radicali ed europeisti, sceglierei queste: libertà, responsabilità, diritti, Europa, coraggio.
Cinque parole che oggi rischiano nuovamente di essere considerate scontate.
Non lo sono.
Emma lo sapeva bene.
Ed è forse questo il modo migliore per ricordarla: non trasformarla in un’icona da celebrare, ma continuare a discutere, combattere e impegnarsi per quelle libertà che lei ha difeso per tutta la vita.

Ciao Emma. E grazie per averci insegnato che essere minoranza non significa mai essere irrilevanti.