Presentato il 3° Bilancio di Sostenibilità del Consorzio Vini del Trentino

Di Sara Falchetto

La sostenibilità nel mondo del vino non riguarda più soltanto la tutela dell’ambiente ma è sempre più legata alla capacità di un territorio di preservare le proprie risorse, garantire continuità alle imprese, formare le persone e creare valore anche sul mercato. È questo il filo conduttore emerso dalla presentazione del 3° Bilancio di Sostenibilità del Consorzio Vini del Trentino, svoltasi il 30 settembre all’ITAS Forum di Trento.

Ad aprire i lavori è stato il presidente del Consorzio Vini del Trentino, Albino Zenatti, che ha richiamato il valore del lavoro quotidiano degli stakeholder della filiera e di tutti coloro che operano sul territorio. «Il Bilancio ha senso se è fatto vivere in prima persona agli stakeholder, che lavorano tutti i giorni sul territorio», ha sottolineato, invitando poi a leggere il documento anche per restituire, nel tempo, una visione più completa del lavoro che sta dietro alla produzione del vino e delle numerose attività che spesso non sono immediatamente visibili a chi osserva il settore dall’esterno.

A seguire è intervenuta Giulia Zanotelli, assessore all’Agricoltura, promozione dei prodotti trentini, ambiente e difesa idrogeologica, che ha richiamato anzitutto un aspetto spesso meno evidente quando si parla di sostenibilità: le persone. «Per me sostenibilità significa innanzitutto garantire risorse umane alle aziende», ha sottolineato, ricordando il lavoro portato avanti sul fronte della manodopera e dello scambio di lavoratori tra imprese. Un tema che si lega anche agli investimenti in irrigazione, ricerca, formazione e ricambio generazionale, elementi che contribuiscono alla capacità del comparto di affrontare le trasformazioni future.

Non basta dire “sostenibile”: bisogna dimostrarlo

A spostare l’attenzione dal campo al mercato è stata Cristina Mercuri, Master of Wine e founder e CEO di Mercuri Wine Club, con l’intervento “After Green”. Il punto di partenza è un dato significativo: negli ultimi vent’anni la superficie vitata condotta secondo i principi dell’agricoltura biologica è più che quadruplicata, ma una parte di questa produzione non viene poi comunicata al consumatore attraverso una certificazione biologica o la relativa indicazione in etichetta.

Il problema, quindi, non è soltanto quanto si fa, ma anche quanto di ciò che si fa riesce ad arrivare al consumatore in maniera comprensibile e verificabile.

I dati raccontano inoltre un paradosso, sette consumatori su dieci considerano importante la sostenibilità negli acquisti alimentari, ma soltanto il 27% verifica che il prodotto sia effettivamente biologico e appena il 12% dichiara di aver scelto un prodotto proprio per la presenza di una certificazione di sostenibilità. L’interesse, dunque, esiste, ma non si traduce automaticamente in una scelta d’acquisto.

È qui che entra in gioco anche il tema dei claim di sostenibilità. Le dichiarazioni ambientali non possono più essere semplicemente evocative. La strada passa quindi da una comunicazione meno generica a una più basata sui dati. 

Indicazioni come la riduzione dei pesticidi utilizzati o delle emissioni di CO₂ hanno un peso diverso rispetto a formule più vaghe come “locale”, “territoriale” o “a chilometro zero”, proprio perché possono essere quantificate e dimostrate.

La sintesi è netta: «Misurare, certificare e poi comunicare». In questo modo la sostenibilità può diventare non soltanto un valore ambientale, ma anche uno strumento capace di rafforzare l’identità del brand e il valore percepito del vino.

Anche la grande distribuzione chiede dati

La necessità di trasformare le dichiarazioni in informazioni verificabili è stata ripresa anche da Astrid Palmieri, direttore Corporate Sustainability di Esselunga. La grande distribuzione sta infatti lavorando sempre più sulla sostenibilità dell’intera filiera, partendo dall’analisi dei trend di mercato e dei consumatori e individuando una serie di ambiti prioritari: sicurezza alimentare e riduzione degli sprechi, packaging sostenibile, cambiamento climatico, efficientamento energetico, healthy eating, benessere animale e approvvigionamento responsabile.

Esselunga si è posta l’obiettivo di valutare il 90% dei fornitori a elevato impatto, attraverso un sistema di analisi che comprende otto macro-aree: biodiversità e acqua, diritti dei lavoratori, salute e sicurezza, rapporto con le comunità, supply chain, governance e strategia, raccolta e rendicontazione dei dati, energia, emissioni e circolarità delle risorse.

«Senza dati è come navigare senza una bussola», ha spiegato Palmieri. Il questionario sviluppato dall’azienda non serve infatti soltanto a raccogliere informazioni, ma a capire dove si trova ciascun fornitore, individuare eventuali criticità e costruire insieme un percorso di miglioramento.

Un bilancio che racconta tutto il territorio

A spiegare nel dettaglio il lavoro alla base del documento è stato Stefano Rizzi, dell’ufficio Tutela del Consorzio. Il Bilancio segue gli indicatori dello standard GRI e integra dati provenienti dal Consorzio, da fonti istituzionali, dalle cantine e dalle aziende agricole attraverso i registri di campagna.

Per questo, pur essendo formalmente il Bilancio di Sostenibilità del Consorzio, il documento assume una dimensione più ampia raccontando il territorio e l’intera filiera, dalla base agricola fino alla produzione e alla promozione del vino. Per la sua elaborazione sono stati coinvolti cantine, viticoltori e sei esperti esterni, così da affiancare alla lettura interna anche punti di vista differenti.

Dal percorso di ascolto sono emerse sei priorità: la tutela delle denominazioni; la valorizzazione delle risorse, la promozione, i mercati e un turismo responsabile; la qualità e salubrità del prodotto; assistenza, formazione e supporto ai soci; l’uso responsabile dei prodotti fitosanitari; la tutela del suolo, del paesaggio e della biodiversità.

Il Bilancio restituisce anche alcuni numeri concreti. Il Consorzio celebra i dieci anni della certificazione di sostenibilità, con oltre 5.000 viticoltori verificati ogni anno. Sul fronte della formazione, nel 2025 gli operatori delle cantine hanno svolto mediamente più di dieci ore di formazione e sono stati coinvolti oltre 4.800 viticoltori.

Grande attenzione è dedicata inoltre alla gestione delle risorse: la quasi totalità dei vigneti irrigati utilizza sistemi di precisione, in particolare a goccia, mentre la carbon footprint e la water footprint sono già state calcolate su quasi 9.000 ettari di vigneto. L’obiettivo non è fermarsi alla misurazione, ma utilizzare questi indicatori per capire dove intervenire e migliorare le performance.

Dalla singola azienda a una responsabilità condivisa

La tavola rotonda, moderata da Fabio Piccoli, direttore responsabile di Wine Meridian, ha portato il confronto direttamente nelle aziende, mostrando come la sostenibilità venga interpretata concretamente da realtà diverse.

Francesca Tinazzi di Cantina Tinazzi, ha definito il Bilancio uno strumento complementare al controllo di gestione, misurare significa anche «guardarsi allo specchio» e verificare quanto si è ancora lontani dagli obiettivi fissati.

Per Martina Centa di Cantina Roeno, la sostenibilità significa assumersi la responsabilità di come sarà l’azienda tra venti o trent’anni, tenendo insieme dimensione ambientale, sociale ed economica. Barbara Mottini di Vallarom ha ricordato un percorso iniziato già nel 1999 con il biologico, fatto di interventi progressivi sull’efficienza dei trattori, sull’acqua, sull’energia e sulla gestione del maso.

Per Goffredo Pasolli di Gaierhof – Maso Poli, la sostenibilità è qualcosa che nel territorio trentino esisteva già prima che se ne affermasse il termine. Oggi, però, la complessità legata anche ai cambiamenti climatici rende indispensabile una visione integrata, con la gestione dell’acqua destinata ad assumere un peso sempre maggiore.

Paolo Dorigati di Cantina Dorigati, ha richiamato il lavoro sulla difesa fitosanitaria e il ruolo della ricerca, mentre Federico Simoni  di Cantine Monfort – Maso Cantanghel,  ha sottolineato il valore del percorso consortile. Il merito del Consorzio, secondo la sua lettura, è stato quello di trasformare iniziative che avrebbero potuto essere affrontate individualmente in un progetto condiviso a livello territoriale.

A chiudere il confronto è stato Ludovico Berteotti della Cantina Cooperativa d’Isera, con un esempio concreto di come ricerca, dati e collaborazione possano produrre risultati. Il caso della cocciniglia Planococcus, affrontato tra il 2017 e il 2018 attraverso monitoraggio e raccolta dei dati, ha portato alla sperimentazione della tecnica della confusione sessuale su aree estese, fino alla soluzione del problema grazie anche alla partecipazione dei viticoltori.

Dal Bilancio al piano di sostenibilità

Il passaggio più importante del nuovo documento è però quello che guarda al futuro. Il Consorzio non vuole limitarsi a fotografare ciò che è stato fatto, ma utilizzare i dati raccolti per definire un Piano di sostenibilità 2026-2028, progressivo, misurabile e verificabile.

Il principio è quello espresso da Stefano Rizzi: «Dai dati passiamo agli obiettivi e dagli obiettivi alle azioni». Un’evoluzione che porta la sostenibilità fuori dalla sola dimensione della rendicontazione e la trasforma in uno strumento di programmazione.