La Fondazione Studi Consulenti del Lavoro fotografa la situazione. A Verona la domanda è più bassa della media nazionale
(di Virginia Marchiori)
Quando un’azienda prevede di assumere, quante volte richiede una laurea? A Verona, nel 2025, solo in un caso su undici. Le imprese scaligere hanno programmato 120.880 inserimenti lavorativi, il numero più alto tra le province venete, ma appena il 9,1% (circa 11mila) riguardava posizioni per cui serve il titolo universitario. Lo dice il rapporto “Il valore della formazione universitaria e le nuove sfide del lavoro”, elaborato su dati Unioncamere-Excelsior.
Per “inserimenti lavorativi” si intendono i contratti che le aziende prevedono di attivare, a termine o stabili. Sono previsioni, non assunzioni già concluse, e non coincidono con i posti di lavoro nuovi: un contratto può anche sostituire chi se n’è andato.
Dove si colloca Verona
La quota veronese è poco sotto la media veneta (9,3%) e distante da quella italiana (11,6%). In regione, Padova è la più “laureata” con l’11,8%, davanti a Vicenza (10,7%) e Treviso (9,7%). Verona precede Belluno e Rovigo (7,2%) e Venezia (7,1%).
A pesare, nel Veronese, sono soprattutto i lavori che richiedono una qualifica o un diploma professionale (40,8%) e quelli per cui basta la scuola dell’obbligo (28,2%, più della media regionale del 23,3%). I diplomati delle superiori si fermano al 20,1%, mentre gli ITS Academy, i percorsi tecnici post-diploma, valgono l’1,8%.
Pochi laureati richiesti, ma difficili da trovare
Per Verona il rapporto non indica quante ricerche di laureati siano difficili da coprire. Il dato regionale, però, dice molto. Tra settembre e novembre 2026 le imprese venete hanno previsto 51.610 inserimenti, di cui 6.620 (il 12,8%) per laureati. Più di uno su due, il 54,5%, è considerato di difficile reperimento: una delle percentuali più alte d’Italia, dopo Valle d’Aosta, Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia.
Il motivo, spiegano gli autori, non è che i laureati siano pochi in assoluto, ma che non sempre hanno le competenze che le aziende cercano. Mancano ingegneri, professioni sanitarie, chimici e farmacisti, matematici e informatici. Al contrario, in psicologia, lingue e materie umanistiche ci sono più laureati che sbocchi disponibili.
La laurea conta ancora
A livello nazionale il titolo di studio fa la differenza. Nel 2025 lavora l’82,8% dei laureati tra i 20 e i 64 anni, contro il 68,6% dei diplomati e il 55,7% di chi ha al massimo la licenza media.
Avere università vicine alle imprese, come in Veneto, aiuta l’incontro tra domanda e offerta, ma non basta a garantirlo. Contano anche i settori in cui le aziende sono specializzate, la corrispondenza tra ciò che si studia e ciò che serve, la tendenza dei laureati a spostarsi altrove e la qualità delle condizioni di lavoro offerte.



