A4 e centrali idroelettriche? A noi!

(di Bulldog) La sfida è sui soldi e non serve a nulla illudersi: quella che potrebbe essere la panacea a moti mali nazionali – il federalismo – non passerà mai perché nessuno a livello centrale è disposto a rinunciare a pezzi del proprio potere né tantomeno a ridiscutere un sistema che vede quattro regioni e mezzo vivere in condizioni di aperto favoritismo senza alcuna ragione reale a scapito di altre quindici.

A parte la provincia autonoma di Bolzano (vincolata da un trattato internazionale) nessuna delle specialità fissate alla fine degli anni Quaranta ha più ragion d’essere: Valle d’Aosta e Friuli Venezia Giulia sono dentro l’Unione europea e quindi di territori perduti non ha senso parlarne più; Trento non ha avuto alcun svantaggio dalla fine della Seconda Guerra mondiale e non ha meriti in più rispetto a Brescia, Verona, Vicenza e Belluno. Sardegna e Sicilia hanno avuto quasi un secolo per recuperare il gap col resto del Paese: sono due destinazioni turistiche top; hanno una vivace agricoltura; industria; servizi…se non hanno trovato una soluzione vuol dire che “loro” sono il problema.

A noi daranno un’autonomia in cambio di maggiori responsabilità, ma a saldi contabili invariati. Insomma, una partita di giro, né più né meno. E allora è meglio se i soldi ce li prendiamo direttamente là dove ci sono, ovvero in quelle infrastrutture che sino ad oggi hanno rappresentato un vantaggio per il territorio, ma anche un costo ambientale non indifferente. Autostrade e centrali idroelettriche. I veneti le hanno usate certo, ma anche subite. Come il Vajont: diga in Friuli, Longarone e valle del Piave coi relativi danni in Veneto.
L’autostrada BresciaPadova – privatizzata nel cupio dissolvi della Prima Repubblica – vedea fine anno scadere la concessione agli attuali soci privati; le centrali idroelettriche sono in concessio nell’Enel sino al 2029. Roma, il governo di centrodestra, ha le chiavi di queste casseforti: sulla prima sembra disposto a favorire una soluzione “regionalistica”; sulle seconde (l’Enel ha come primo azionista lo Stato attraverso il MEF) continua a rimandare ogni decisione col fine ult imo di tenersele.
Ebbene, autostrade ed elettricità servono al Veneto come il pane se vogliamo che questa regione abbia un futuro industriale. E questo pane dev’essere cotto nei nostri forni se vogliamo che sul territorio rimanga la ricchezza (in termini di nuove opportunità di imprese, di lavoro qualificato, di qualità e sostenibilità ambientale) e non soltanto i residui inquinanti delle lavorazioni altrui. Coi Pfas abbiamo già dato ed è una lezione che non dobbiamo scordare.

Senza il controllo delle infrastrutture e dell’energia non ha senso parlare di hydrogen-valley a Marghera; di sistema aerospaziale veneto; di hub per le terre rare. Il valore aggiunto potenziale verrebbe mangiato dagli alti costi energetici e dalle gabelle romane sulla logistica. Chiediamo molto meno dei Catalani e dei Baschi. Molto meno di quello che già hanno i Siciliani e i Bavaresi. O forse che i Veneti sono i più fregnoni della compagnia? Perché dopo quarant’anni di chiacchiere sulla questione settentrionale ora si è fatto il tempo di vedere qualcosa di concreto. Venezia si dia una mossa.