CGIA, dall’avvio della crisi il gasolio è cresciuto del 12% nel Veneto. Imprese a rischio default

Dopo il taglio di 17 centesimi sul diesel deciso lunedì scorso dal Consiglio dei Ministri, la CGIA guarda con fiducia al prossimo 4 agosto, data in cui il governo dovrebbe varare una misura più strutturale contro il caro-carburanti. I rincari dei prezzi alla pompa registrati in queste ultime settimane, purtroppo, non si stanno abbattendo solo su famiglie e pendolari veneti, ma anche sui piccoli autotrasportatori della nostra regione. Va ricordato che il credito d’imposta da oltre 320 milioni di euro introdotto dall’Esecutivo per alleggerire la componente fiscale del diesel, interessa solo il 22 per cento circa dei mezzi pesanti circolanti anche in Veneto. Secondo l’Ufficio studi della CGIA, dall’inizio del conflitto nel Golfo Persico il prezzo del diesel in Veneto è salito di quasi il 12 per cento, ovvero 22 centesimi in più al litro. Il risultato? Oggi fare il pieno a un autocarro sotto le 7,5 tonnellate costa 1.031 euro, 109 euro in più rispetto al 27 febbraio scorso, una vera e propria stangata. Il prezzo della benzina, invece, nel Veneto è cresciuto del 9 per cento, in valore assoluto pari a 16 centesimi al litro. Ieri, alla pompa, la verde costava 1,987 euro al litro.

Allo stremo anche taxisti, Ncc e agenti di commercio

Tra gli artigiani il conto salato del caro-carburante, purtroppo, non lo stanno pagando solo i padroncini, ma anche i taxisti e gli Ncc[4] veneti: tutte figure che rientrano nella categoria dei “professionisti della strada”, cioè quegli operatori che per legge devono possedere un’abilitazione specifica per guidare i mezzi con cui lavorano. Parliamo di una platea enorme di persone che percorre centinaia di migliaia di chilometri l’anno, di giorno e di notte. A questo elenco, l’Ufficio studi della CGIA ha aggiunto anche gli agenti di commercio, un’altra categoria di partite Iva che passa gran parte della giornata lavorativa al volante, spostandosi da un cliente all’altro. Con lo scoppio della guerra in Medio Oriente, sono proprio questi lavoratori autonomi a risentire più di altri dell’aumento dei prezzi dei carburanti. Un quadro che rende evidente una cosa: le misure prese a livello nazionale, da sole, non bastano. Serve un intervento in particolar modo a livello europeo, che permetta ai singoli Paesi di abbassare in modo stabile e duraturo le imposte sui prodotti energetici, senza mettere a rischio l’equilibrio dei conti pubblici.

Perché non interviene Bruxelles?

Il caro carburante rappresenta oggi una criticità che interessa l’intero territorio europeo, non solo l’Italia. È opportuno sottolineare come i rincari registrati nel nostro Paese nel corso degli ultimi mesi, a seguito dello scoppio della guerra nel Golfo Persico, risultino comunque più contenuti rispetto a quelli rilevati in altri Stati membri con cui l’Italia si confronta sul piano economico. Alla luce di questo scenario, appare necessario interrogarsi sulle ragioni dell’inerzia delle istituzioni europee. È legittimo chiedersi cosa impedisca a Bruxelles di autorizzare gli Stati membri a introdurre misure temporanee di sostegno, quali la riduzione delle accise sui carburanti, un taglio all’aliquota IVA applicata o l’attivazione di aiuti mirati destinati ai comparti produttivi maggiormente esposti all’impatto dei rincari energetici. Settori strategici per l’economia europea, come il trasporto di merci/persone, la pesca e l’agricoltura che risentono in maniera diretta dell’aumento dei costi energetici, con conseguenze rilevanti sulla tenuta dei margini e sulla competitività delle imprese.

Ricordiamo che l’UE dispone degli strumenti normativi necessari per garantire una risposta coordinata ed efficace a questa emergenza; così come è stato fatto all’indomani dello scoppio della guerra tra Russia e Ucraina. È dunque auspicabile un’assunzione di responsabilità tempestiva da parte delle istituzioni comunitarie, a tutela dei cittadini e del tessuto produttivo europeo.

I numeri a livello territoriale

In Veneto le attività riconducibili ai tre comparti oggetto dell’analisi sono 28.913: di cui 20.792 agenti di commercio, 6.753 autotrasportatori, 1.368 taxi e Ncc. Tra le regioni, la Lombardia guida la classifica con 49.333 attività, seguita dal Lazio (29.018) e dal nostro Veneto (28.913). Su scala provinciale, invece, il primato spetta a Padova con 6.900 attività. Seguono Verona (5.742), Treviso (5.439), Vicenza (4.585) e Venezia (4.310). Agli ultimi posti della graduatoria si trovano invece Rovigo con 1.240 imprese e Belluno con 697.

Questi numeri assumono un peso ancora maggiore se, come abbiamo detto più sopra, vengono letti alla luce dell’attuale impennata dei prezzi del gasolio, che sta mettendo a dura prova la tenuta economica di migliaia di imprese. Per padroncini, taxisti e Ncc, il carburante rappresenta una delle voci di costo più rilevante del bilancio aziendale, e ogni rincaro si traduce in un’erosione diretta dei margini, già ridotti all’osso dalla concorrenza (spesso praticata da abusivi) e dall’inflazione generale. Anche gli agenti di commercio, costretti a spostamenti quotidiani per l’attività di vendita, risentono pesantemente dell’aumento dei costi di trasferta. Il rischio concreto è che molte di queste attività, distribuite capillarmente su tutto il territorio regionale, non riescano – o meglio ancora, non possono – a scaricare i maggiori costi sui prezzi finali, con conseguenze pesanti sull’occupazione e sulla tenuta di una platea di attività che coinvolge quasi 30.000 imprese.