“Mariska”, messaggio universale

(di Virginia Marchiori)
Leda Azzalini, partigiana veneta combattente conosciuta con il nome di Mariska, è la protagonista dell’ultimo documentario di Luca Caserta, regista pluripremiato e figlio del celebre Ezio Maria Caserta, regista e fondatore del Teatro Laboratorio di Verona. L’abbiamo incontrato in occasione dell’anteprima mondiale di Mariska, il 20 maggio al Carmarthen Bay Film Festival, evento qualificante per i BAFTA.
Quest’anno, nell’80° anniversario del voto alle donne, la storia di Mariska aggiunge un frammento importante nel grande affresco che testimonia il ruolo delle donne come parte attiva nella costruzione della democrazia. Un tema che sta tornando al centro del dibattito culturale: tra i titoli più recenti, La Promessa di Marianna Aprile e Paura non abbiamo di Serena Dandini restituiscono voce e spessore a figure a lungo rimaste nell’ombra.
In questo contesto si inserisce l’ultimo lavoro di Caserta con un debutto internazionale che condivide, non a caso, lo stesso palcoscenico del suo precedente lavoro, The Reach, adattamento di un racconto di Stephen King con la canzone Moonlight Motel di Bruce Springsteen, ancora in corsa nei festival internazionali.
Come nasce l’idea di raccontare la storia di Mariska?
L’idea è nata dal giornalista Giancarlo Beltrame, che mi aveva raccontato della zia della moglie, la partigiana Leda Azzalini. L’ho incontrata per la prima volta nel 2014, ma diverse vicissitudini produttive hanno rallentato il progetto. Nel frattempo ho realizzato altri film, tra cui Dimmi Chi Sono e The Reach. Alla fine sono riuscito a completare Mariska tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026, in coincidenza con il suo centesimo compleanno, il 21 febbraio.
Perché hai sentito il bisogno di raccontare questa storia?
È un personaggio interessantissimo. È una partigiana veneta che ha combattuto sull’altopiano del Cansiglio, sulle Prealpi bellunesi, e che a soli 18 anni ha abbandonato tutto, rischiando la vita per combattere per la libertà contro il nazifascismo. Era scappata di casa, la famiglia l’aveva ripresa, ed è scappata di nuovo. È una ragazza giovanissima che rischia tutto per un ideale molto forte. Mi sembra anche un argomento di riflessione importante soprattutto in un periodo come questo, con recrudescenze autoritarie e guerre.
Qual è il messaggio che si vuole lanciare oggi sull’essere partigiane?
È un discorso che va oltre il colore politico. Leda Azzalini ha combattuto per la libertà della patria, ricevendo riconoscimenti come la Croce al Merito, il brevetto Alexander e l’onorificenza conferita da Sandro Pertini nel 1994. Il messaggio che vorrei trasmettere è universale, capace di superare le appartenenze politiche e parlare di valori condivisi da tutti.

Che tipo di ricerca storica avete fatto per ricostruire la vicenda?
Quando l’ho intervistata nel 2014 era la prima volta che lei rilasciava un’intervista pubblica dalla fine della guerra — aveva tenuto tutto per sé. Questo ha reso la testimonianza molto intensa e toccante. L’ossatura principale del documentario è costruita attorno alla sua testimonianza diretta, che già forniva tutti gli agganci storici. Abbiamo integrato materiali d’archivio e testi correlati, ma senza trasformare il film in qualcosa di didattico o scolastico. Non c’è una voce narrante esterna: volevo un racconto cinematografico intimo e sensoriale, costruito sui suoi primi piani, sui silenzi, sulle mani, sulle espressioni. Più che una lezione di storia, quello che resta è una testimonianza umana.
C’è qualche dettaglio della sua storia che ti è rimasto particolarmente impresso?
Tutto quello che racconta è molto intenso. Due episodi in particolare mi sono rimasti impressi. Il primo è il rastrellamento a Vallorch, un abitato cimbro vicino a Fregona, in provincia di Treviso: i nazisti cercavano armi, non trovarono nulla, ma diedero fuoco a tutte le case, uccisero tutti gli animali e rasero al suolo il villaggio. I parenti di Leda si aspettavano di essere fucilati. Lei in quel momento era nascosta nei boschi, dove visse per giorni nutrendosi di acqua e more. Il secondo episodio riguarda due compaesani che si fidarono di due fascisti che fingevano di voler disertare per unirsi ai partigiani — in realtà erano spie. Li portarono nella torre dell’orologio di Fregona e li picchiarono per due settimane, ma loro non parlarono mai.
Leda Azzalini dice che, tornando indietro, rifarebbe tutto?
Sì, lo dice anche nel documentario: rifarebbe tutto senza pensarci un attimo, e anzi farebbe anche molto di più se potesse.
Attraverso il suo racconto si riesce a capire dove ha trovato questa forza?
Lei racconta di un background familiare antifascista: suo padre era un mutilato di guerra, aveva perso una gamba, e in famiglia erano sempre stati antifascisti. A scuola c’era tutta la retorica del fascismo, ma quando tornava a casa le dicevano che le cose non stavano affatto così. A questo si aggiunge il suo carattere, che l’ha portata a ribellarsi e soprattutto a partecipare come combattente — e ci tiene molto a sottolineare che era una partigiana combattente col mitra, non una staffetta.
Da dove viene il nome “Mariska”?
È il suo nome di guerra — tutti i partigiani ne avevano uno, per coprire la loro identità. Mariska viene da un personaggio del film Noi vivi / Addio Kira del 1942, diretto da Goffredo Alessandrini, con Alida Valli. Chi le diede il nome aveva visto una vaga somiglianza tra il suo volto e quello dell’attrice che interpretava il personaggio di Mariska. Tra l’altro, anche quel personaggio è una combattente.
Che percorso futuro speri per questo documentario?
Innanzitutto il percorso festivaliero, sia in Italia che all’estero. Sono curioso di vedere la risposta internazionale — anche se in parte l’abbiamo già avuta con la selezione al Carmarthen Bay Film Festival nel Regno Unito, qualificante per i BAFTA, dove c’è stata l’anteprima mondiale. È una storia molto radicata nella cultura italiana e nel territorio veneto, ma con un messaggio universale: in tempi di recrudescenze autoritarie e guerre, quello che dice lei ha un valore che va oltre i confini.
Hai altri progetti in cantiere?
Ne ho, ma per scaramanzia preferisco non sbilanciarmi. Come si è visto con Mariska, ne avevo parlato in varie interviste nel corso degli anni e poi il percorso è stato molto accidentato. Intanto The Reach è ancora in pieno circuito festivaliero — era partito anche lui dal Carmarthen Bay Film Festival, per una singolare coincidenza, e ha poi toccato tutti i continenti.