Montepaschi-Banco BPM, la fine del credito cattolico veneto

(di Carlo Rossi)

“L’onore e la lealtà sono le condizioni necessarie per lo sviluppo del credito.” Con queste parole, nel 1863, il veneziano Luigi Luzzatti pose le basi delle banche popolari italiane, immaginando il credito come strumento di crescita sociale prima ancora che finanziaria. Da quella visione nacque un sistema che avrebbe accompagnato per oltre un secolo lo sviluppo del Veneto: Banca Cattolica del Veneto, Cariverona, Cariparo, Carive, Popolare di Verona, Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Istituti capaci di finanziare artigiani, agricoltori e imprenditori che hanno costruito il miracolo economico del Nordest. Negli anni Novanta il Veneto era anche un centro di potere bancario. La Banca Popolare di Verona guidava fusioni e aggregazioni, fino alla nascita del Banco Popolre e poi di Banco BPM. Verona non subiva il risiko bancario: ne era protagonista.

Negli ultimi trent’anni, però, quasi tutti quei marchi sono scomparsi. Le fusioni hanno inglobato le casse di risparmio, mentre il crollo di Popolare di Vicenza e Veneto Banca ha segnato la fine del modello bancario territoriale. Per Luzzatti, infatti, “la funzione sociale del credito consiste nel trasformare il risparmio diffuso in sviluppo delle comunità”.

Oggi le ipotesi sul futuro di Banco BPM, ultimo grande erede della tradizione veronese, assumono un valore simbolico. Se la banca dovesse perdere la propria autonomia nell’ambito delle nuove aggregazioni del sistema creditizio, si chiuderebbe una storia iniziata oltre 160 anni fa. Non sarebbe soltanto la fine di una banca. Dal credito popolare e cattolico di Luzzatti alla possibile spartizione di Banco BPM, il Veneto ha perso quasi tutti i suoi centri decisionali bancari.

Le BCC, ultime custodi della tradizione

In questo scenario, restano le Banche di Credito Cooperativo. Nate dalla stessa cultura della mutualità e della solidarietà sociale che ha alimentato il credito cattolico, le BCC rappresentano oggi gli ultimi veri presìdi bancari autonomi radicati nelle comunità venete.

Pur avendo dimensioni inferiori rispetto ai grandi istituti che hanno segnato la storia economica della regione, continuano a sostenere famiglie, agricoltori, artigiani e piccole imprese, conservando una governance locale e una forte attenzione allo sviluppo dei territori. Non esercitano più il ruolo di centro del potere finanziario che il Veneto ebbe nel secolo scorso, ma ne custodiscono lo spirito originario.

Per questo, anche se il Veneto ha visto scomparire o trasferire altrove quasi tutti i suoi grandi centri decisionali bancari, il patrimonio ideale del credito cattolico non è del tutto tramontato. Sopravvive nelle BCC, ultime eredi di una tradizione che ha contribuito alla crescita economica e sociale della regione per oltre un secolo.Restano le Banche di Credito Cooperativo, ultime eredi della tradizione mutualistica e territoriale che affonda le proprie radici nel pensiero di Luigi Luzzatti. Pur inserite nei gruppi cooperativi nazionali, continuano a mantenere un forte legame con le comunità locali e rappresentano oggi gli ultimi centri decisionali bancari diffusi sul territorio.

Anche se gli sportelli di Banco BPM probabilmente continueranno a presidiare città e province del Veneto, il punto non è la sopravvivenza delle insegne o delle filiali. Le reti commerciali possono essere mantenute, riorganizzate o integrate. Ciò che rischia di scomparire definitivamente è la capacità di decidere localmente l’allocazione del credito.

Il ruolo oggi della politica

Per oltre un secolo il Veneto ha potuto contare su banche che raccoglievano il risparmio delle famiglie e delle imprese del territorio e sul territorio decidevano come reinvestirlo. Se Banco BPM dovesse perdere la propria autonomia nell’ambito delle nuove aggregazioni del sistema bancario, non sarebbe soltanto la fine dell’ultimo grande gruppo bancario con radici veronesi. Sarebbe la conclusione di una storia iniziata oltre centosessant’anni fa con il credito popolare e cattolico di Luigi Luzzatti: la fine dell’ultimo grande simbolo del credito veneto come centro autonomo di decisione economica e finanziaria. 

Non a caso anche Matteo Salvini ha manifestato timori per un possibile ‘spezzatino’ di Banco BPM. Al di là degli assetti societari, la preoccupazione riguarda la cessione di parti della rete e la perdita di peso di uno degli ultimi grandi gruppi bancari con radici nel Nordest. Un timore che rafforza il valore simbolico della partita: non è in gioco soltanto il controllo di una banca, ma l’ultimo grande centro con una rappresentanza in CDA e centro amministrativo del credito veneto. La partita sul futuro del sistema bancario italiano rischia di trasformarsi in un nuovo problema politico.

Il rilancio di Luigi Lovaglio su Mps, se dovesse raggiungere gli obiettivi prefissati, potrebbe infatti aprire la strada a uno scenario particolarmente delicato per la Lega: lo “spezzatino” di Banco Bpm, con parte della rete di filiali destinata a Crédit Agricole Italia ovvero un eccessivo rafforzamento della componente francese nel nuovo polo bancario. Se l’operazione andasse in porto, Crédit Agricole arriverebbe infatti a detenere circa il 10% del maxi gruppo formato da Mps, Banca Generali e Banco Bpm, una quota considerata politicamente difficile da accettare dal governo.  L’obiettivo di Giorgia Meloni sarebbe quello di ridurre la partecipazione francese fino a una quota compresa tra il 5% e il 6%. Il problema è però individuare il modo attraverso cui realizzare questa diluizione.

Se ciò si avverasse, sarebbe dunque la fine dell’ultimo grande simbolo del credito cattolico veneto, ma non della sua eredità, che continua a vivere nelle banche cooperative ancora presenti sul territorio.