Montepaschi-BPM non riaccende Piazza Affari

(RFG) La ripercussione del massiccio sell-off del comparto tech a Wall Street e la nuova escalation in Medio Oriente hanno dettato un avvio di seduta prevalentemente debole per i mercati del Vecchio Continente. Gli operatori stanno adottando un posizionamento visibilmente difensivo, riducendo l’esposizione al rischio e prestando particolare attenzione alle scadenze tecniche odierne. L’onda d’urto è arrivata in Europa dopo aver travolto i mercati asiatici, dove la piazza di Tokyo ha registrato un vero e proprio crollo, chiudendo con il Nikkei 225 in flessione del 4,43% (a quota 65.705 punti) e Taiwan in calo del 5%, appesantiti dal tonfo dei colossi dei semiconduttori e dall’ansia per i dazi commerciali statunitensi.

DAX 40: Il principale indice tedesco ha registrato un’apertura in flessione dello 0,64%, posizionandosi in area 24.755 punti, per poi stabilizzarsi intorno a 24.844 punti (-0,28% rispetto alla chiusura precedente). La dinamica ribassista del listino di Francoforte è zavorrata in prima istanza dalla scarsa performance dei titoli industriali e tecnologici. L’economia tedesca, profondamente orientata all’esportazione e sorretta da una manifattura ad alto consumo energetico, rappresenta il ventre molle dell’Europa ed è la più vulnerabile alle fiammate dei prezzi degli idrocarburi causate dalla perdurante crisi nello Stretto di Hormuz. Oltre al rincaro dei costi energetici, la persistente debolezza della domanda asiatica continua a pesare sul comparto automobilistico tedesco, mentre i titoli legati ai semiconduttori e all’hardware tecnologico (come Infineon e ASML quotata ad Amsterdam) subiscono il violento contraccolpo della correzione del Nasdaq statunitense. Sebbene la produzione industriale tedesca di maggio avesse mostrato segnali di accelerazione (+1,7% su base mensile e +9,5% su base annua), gli investitori temono che questo slancio venga decapitato dai nuovi colli di bottiglia logistici e dai rincari dei noli marittimi.

CAC 40 : L’indice parigino ha aperto la seduta con un calo dello 0,61% a 8.326 punti, riuscendo successivamente a recuperare marginalmente il terreno perduto fino a gravitare intorno alla parità, attestandosi a 8.377,86 punti (-0,05%). La borsa francese sta attualmente assorbendo l’impatto negativo del rallentamento economico cinese, che si riflette in modo asimmetrico sui margini dei colossi del lusso (come LVMH, Kering, Hermès), i quali costituiscono l’ossatura dell’indice transalpino. A fare da contraltare parziale a queste dinamiche vi sono tuttavia segnali incoraggianti provenienti dal mercato nordamericano; dati recenti del marchio britannico Burberry hanno evidenziato una ripresa delle vendite trainata proprio dagli Stati Uniti, fornendo un parziale sollievo psicologico al settore del lusso europeo. Inoltre, le perdite dei comparti discrezionali sono state bilanciate da acquisti selettivi sui titoli energetici, come TotalEnergies, che beneficiano direttamente del rally delle quotazioni del greggio causato dall’instabilità geopolitica.

FTSE 100: In netta controtendenza rispetto ai listini dell’Europa continentale, l’indice britannico, pur aprendo con una lieve incertezza, ha rapidamente invertito la rotta virando in territorio positivo e segnando un solido progresso dello 0,30% a quota 10.604 punti. La resilienza del mercato londinese deriva dalla sua peculiare composizione settoriale, storicamente sbilanciata verso i titoli “value”, in particolare energia, estrazione mineraria e finanza. L’impennata dei prezzi del Brent favorisce direttamente i pesi massimi dell’indice come Shell e BP. Contemporaneamente, il settore bancario londinese sta beneficiando delle crescenti aspettative di tassi di interesse “higher for longer” (più alti più a lungo), una prospettiva che sostiene i margini di interesse netti degli istituti di credito. Il panorama britannico è inoltre caratterizzato dalle recenti dinamiche politiche; il Fondo Monetario Internazionale ha formalmente avvertito il nuovo governo (inclusi esponenti di spicco come Andy Burnham) di evitare un aumento delle imposte sui redditi più alti o della spesa pubblica, per non frenare la nascente ripresa economica. Gli investitori sembrano aver accolto favorevolmente questo monito alla disciplina fiscale, premiando la piazza londinese.

FTSE MIB: L’indice di riferimento di Piazza Affari ha mostrato una partenza decisamente fiacca, aprendo in sensibile calo dello 0,82% a quota 51.941 punti. La dinamica del listino milanese è il risultato plastico di due forze macroeconomiche diametralmente opposte. Da un lato, il peso preponderante del settore bancario e assicurativo (Intesa Sanpaolo, UniCredit, Banco BPM, Generali) ha fornito un robusto paracadute. Nonostante prese di beneficio frazionali su alcuni istituti in apertura, la prospettiva di tassi elevati continua a garantire flussi di cassa solidi per il comparto. Dall’altro lato, le vendite si sono abbattute sul settore tecnologico (con STMicroelectronics che riflette la crisi globale dei semiconduttori) e su alcuni grandi titoli industriali e utility (come Enel, che cede l’1,13%), i quali sono tipicamente molto sensibili al rialzo dei rendimenti obbligazionari innescato dai persistenti timori inflazionistici. Lo spread BTP-Bund decennale, pur in lieve allargamento, rimane sotto controllo in area 78 punti base, confermando che il rischio sovrano italiano non è attualmente la principale preoccupazione del mercato.

MPS-Intesa, il Cda dice no: si apre alla partita con Banco Bpm

Il comparto tecnologico e manifatturiero subisce i colpi più duri, in perfetta scia con le turbolenze che hanno investito il Nasdaq e i mercati asiatici: spicca in profondo rosso il crollo di STMicroelectronics (-6,72%) accompagnato dalla netta debolezza di Prysmian (-5,06%). Anche il settore finanziario, tradizionale motore propulsivo del listino, si è colorato di rosso, registrando vendite diffuse sui principali istituti di credito e gruppi assicurativi: soffrono in particolare UniCredit (-1,78%), UnipolSai (-1,58%), BPER Banca (-1,23%) e, in misura leggermente più contenuta, Intesa Sanpaolo (-0,94%). Al contrario, gli investitori stanno convogliando massicciamente la liquidità verso i settori più difensivi e ciclici. Le Utilities dominano il comparto verde della heatmap con guadagni ampi e solidi (Terna +2,44%, Snam +2,03%, Italgas +2,01%, Enel +1,90%), confermandosi il classico porto sicuro per i portafogli nelle fasi di correzione azionaria. Brillano anche i colossi dell’energia come ENI (+1,42%), che beneficiano direttamente del nuovo rialzo del greggio innescato dalla crisi geopolitica mediorientale. Soffre invece il comparto Consumer durables e l’automotive, con Stellantis (-1,31%) e Ferrari (-0,72%) chiaramente zavorrati dai timori sui dazi e sul rallentamento della domanda globale.

Il consiglio di amministrazione di Monte dei Paschi ha bocciato all’unanimità l’offerta pubblica di scambio lanciata da Intesa Sanpaolo, giudicando il premio offerto inferiore alla media del settore e le sinergie stimate (2,9 miliardi di euro) troppo ottimistiche rispetto ad aggregazioni comparabili. Pesano anche i timori Antitrust legati alla concentrazione bancaria e alla quota Mps in Generali, oltre al rischio di smembramento della rete territoriale senese. Il board apre invece alla proposta di fusione con Banco Bpm, nel grafico qui sopra, che valorizzerebbe l’intero perimetro di Mps senza disaggregare marchio e sportelli, e che verrà ora sottoposta ad approfondimento. Sul fronte politico-industriale, il presidente di Confindustria Emanuele Orsini ha espresso sostegno all’operazione di Intesa. La prossima tappa sarà un’assemblea straordinaria dei soci di Mps.