La Verona delle eccellenze butta un miliardo all’anno in costi della burocrazia
Lo scenario lo traccia il ministro Adolfo Urso, l’industria è tornata. L’Europa dell’industria – a trazione tedesca e italiana – è tornata e oggi da Varsavia batte un colpo molto forte: blocco dell’export dei rottami ferrosi ed elettronici per mantenere in casa la ricchezza che ci serve e bloccare la dipendenza e nuovi controlli sull’import dai paesi concorrenti asiatici.
All’81.ma asssemblea generale di Confidustria Verona, Adolfo Urso mette sul tavolo un pacchetto di cadeaux rilevanti: riforma dei 2mila incentivi pubblici attraverso la realizzazione del Codice Unico dopo che nell’ultimo anno fra transizione 5.0 e il pacchetto precedente il Governo ha messo a terra 10 miliardi e altri 8 attendono una firma per poter diventare operativi. Urso annuncia la stabilizzazione del pacchetto “transizione 5.0” i cui finanziamenti da triennali con la prossima Finanziaria diventeranno voce stabile del bilancio dello Stato.
Giuseppe Riello, presidente di Confindustria Verona, sottolinea come in questa fase “in questo scenario così complicato, le imprese debbono rischiare il tutto per tutto. Non possiamo fermarci, dobbiamo investire ancora.
E nonostante i tanti punti di forza di questa città, i colli di bottiglia non mancano: buttiamo via un miliardo di euro come costo della burocrazia soltanto nella nostra provincia, quanto lavoro potremmo creare investendo quel miliardo nelle nostre imprese? Abbiamo dei grossi ritardi nelle infrastrutture: la A22, l’Autobrennero, da quattordici anni non può investire perchè manca del rinnovo della sua concessionre; la A4 non può investire nella quarta corsia per ragioni similari. Siamo in ritardo nella digitalizzazione: abbiamo a Verona un solo data center (un secondo è in costruzione), nel Veneto ne abbiamo soltanto dieci. Poco più di cento in Italia. Appena 3mila in Europa. Troppo poco se vogliamo programmare il prossimo futuro nell’intelligenza artificiale”.
“Chiediamo – aggiunge Giuseppe Riello – che i vantaggi delle Zone Economiche Speciali vengano estesi anche al Nord per poter permettere alle nostre imprese di correre esattamente come hanno potuto fare, con successo, le imprese del sud.
Verona è un’isola felice, ha un’economia forte, radicata, ma non può rimanere ferma, deve muoversi. Abbiamo una retribuzione del lavoro che è insufficiente, appena 33mila euro, coi nostri giovani che vanno all’estero dopo aver svolto qui da noi tutto il ciclo formativo.
Investiamo per poi vederli andar via. E a noi manca il 50% del personale qualificato da inserire nelle noistre aziende.
Sulle materie prime, le terre rare, Verona è stata identificata con Venezia l’hub europeo che è fondamentale anche per la nostra crescita non soltanto come stoccaggio.
Dobbiamo migliorare nell’innovazione per lo sviluppo. Dobbiamo tornare al nucleare, non possiamo più essere succubi dell’estero.
Dobbiamo investire anche sulla qualità dell’industria del turismo che dev’essere salvaguardata: Verona ha 20 milioni di presenze l’anno, perciò per tenere questo numero e farlo crescere bisogna intestire sul territorio.
Che opportunità abbiano? Enormi, abbiamo la Marangona.
È ferma da 40 anni, il suo futuro è incerto, il suo utilizzo non si è ben capito cosa possa essere, ma noi abbiamo bisogno di territorio di poterci muovere. Quel territorio, nel nuovo PAT, è bloccata al 40% come “verde”.
Ma a noi quel territorio ci serve, anche per l’industria pesante, anche per le industrie straniere. Noi scommettiamo tutto e speriamo che le autorità pubbliche lo vogliano considerare anche se – stoccata a Damiano Tommasi presente in sala – sono state parole al vento. Per ora.
Verona è fatta di persone che si impegnano, siamo fatti per lavorare, per spingere e chiedo a tutti di fare un passo in avanti e di mettere tutte le nostre risorse per la crescita.
È il momento più dificile, ed è il momento in cui le brave persone fanno un passo in avanti”.



