Statuto speciale: se lo date a Roma, datelo anche a noi!

(di Bulldog) Beppe Sala, sindaco di Milano, ha reso palese quello che tanti pensano: al di là dello scimmiottare il “district of Columbia” che amministra Washington quale capitale Usa, non è chiaro perché Roma debba beneficiare di uno statuto di specialità modificando per questo la Costituzione. E’ vero che Roma ha dei costi indotti dall’essere capitale del Paese – le sedi istituzionali, i servizi da garantire, il peso degli eventi legati alle funzioni repubblicane, la necessità di alloggi e infrastrutture per il personale che l’attività istituzionale impone di far arrivare ecce cc -, ma è altrettanto vero che tutto questo già genera revenue importanti come tasse locali, ristorno di aliquote della tassazione nazionale, finanziamenti specifici e tanto altro.

La proposta di “Roma Capitale” è già passata alla Camera in prima lettura, deve andare al Senato e poi ritornare per un secondo passaggio nei due rami del Parlamento. Probabile che passi, dato che quando si tratta di mettere le mani su una nuova cornucopia di Stato l’accordo bipartisan è nei fatti.

Beppe Sala non dice “fermate tutto!”, dice “fate partecipare anche Milano e Napoli” ovvero altre due aree metropolitane che sono “capitali” del Nord produttivo e del nuovo Sud che fra Coppa America e aerospaziale vuole cambiare passo e non vivere solo di spaghetti e mandolino (e tanti aiuti pubblici).

E qui si apre il casino. Perché se Milano acquisisce il livello di nuova entità con propria autonomia fiscale e programmatoria per Verona e il Veneto sono guai. Milano se soltanto incrementa  la percentuale di quanto trattiene nelle tasse da girare a Roma avrebbe una potenza di fuoco in grado non soltanto di migliorare clamorosamente la sua organizzazione, i servizi offerti, e quindi la sua capacità attrattiva (già oggi è una delle realtà europee più in spolvero), ma potrebbe far collassare su di sé  molte cose che oggi sono del “contado”. Una sorta di buco nero che potrebbe attirare, per mai più ridare,  imprese, fiere, public utilities.

Non è una fantasia: è quello che ha fatto Parigi col resto della Francia. C’è una sola ville lumière ed una soltanto. Lusso, moda e vino stanno tutti nella capitale francese con buona pace dei Girondini. Se ce l’hanno fatta loro perché non può fare lo stesso Milano che è il cuore di lusso, moda, design e innovazione italiani?  E se A2A ragiona da produttore nazionale di energia e guarda a grandi accordi internazionali su rinnovabili e oltre che accidenti può inventarsi Magis per non soccombere?

Quale classe dirigete veronese può scendere in campo per fermare una riforma dello Stato che privilegia così tanto realtà già più forti di noi?

E’ chiaro che, a questo punto, se dobbiamo ridisegnare la Costituzione per far spazio alla “nuova” Roma forse è meglio mettere subito da parte l’idea di Verona “città metropolitana” e di Veneto ad “autonomia differenziata” perché altro non sono che briciole dal grande banchetto messo in piedi dai partiti centralisti per definizione: FDI e PD.

E’ il caso che il Veneto chieda non tanto l’autonomia quanto un vero statuto di specialità non fosse altro che per riunire il Nordest che oggi viaggia con regimi amministrativi diversi. E, a costo di ripeterci, tranne Bolzano non vi sono ragioni storiche per mantenere oggi una differenza fra Trento e il Friuli Venezia Giulia da un lato, il Veneto dall’altro. Si tratta di tre territori sostanzialmente identici, che hanno conosciuto una comune amministrazione per secoli, sin dalla Serenissima, che sono fortemente integrate da un punto di vista economico e che hanno un ruolo nazionale da sviluppare ulteriormente: siamo il cuore dell’integrazione coi mercati europei grazie a infrastrutture e know how. Ci siamo costruiti essenzialmente da soli (le province del Nordest erano fra le più povere nel 1946) e abbattendo le differenze di sistema possiamo correre e creare ancora più valore per l’intero Paese.

Appello quindi ai parlamentari veronesi e veneti: oggi c’è la possibilità di mettere un po’ di sabbia nell’ingranaggio della riforma costituzionale per Roma Capitale. Negoziate il vostro “sì” con una riforma delle regioni a statuto speciale e portate il Veneto in un Nordest  con meno lacci e lacciuoli romani e più responsabilità e opportunità.

Potrebbe essere una bella sfida per una nuova classe dirigente. Se ci fosse, ovviamente.