Univr: la sfida di Chiara Leardini

(di Virginia Marchiori)

Intelligenza artificiale, gap tra imprese e nuove generazioni, autoimprenditorialità, benessere studentesco. Sono questi alcuni dei temi al centro del mandato di Chiara Leardini, Rettrice dell’Università di Verona, che abbiamo incontrato per capire come un ateneo risponde alle trasformazioni rapide e spesso imprevedibili del mondo del lavoro e della società. La visione è strategica e ambiziosa — lo riconosce lei stessa — ma i passi avanti, concreti e misurabili, si stanno già facendo. «Le pietre vanno messe adesso», ripete più volte durante l’intervista, con la pragmaticità di chi ha un background in management e una visione lucida del mondo accademico.
Rettrice Leardini, partiamo da un caso di cronaca che ha scosso il nostro territorio: InvestCloud di Marghera ha licenziato 37 professionisti qualificati sostituendoli con l’intelligenza artificiale. Stiamo formando studenti per un mercato del lavoro che rischia di rendersi obsoleto?
Ci siamo posti il problema da subito. Da settembre introduciamo un corso di AI literacy trasversale a tutti i corsi di laurea, declinato diversamente per area umanistica e scientifica. La stessa formazione è stata avviata per i docenti, e a giugno partirà per il personale tecnico-amministrativo. È un cambiamento che riguarda tutti: l’obiettivo è passare da un uso acritico dello strumento a un uso critico, dentro un quadro più ampio di pensiero e responsabilità.
Come cambia concretamente il metodo didattico?
Cerchiamo di restituire all’IA il suo posto: uno strumento tra gli altri, non la risposta a tutto. Il docente deve tornare a discutere l’elaborato con lo studente: è lì che capisci se c’è pensiero, o solo un output generato. La soluzione non è vietare lo strumento, ma valorizzare quello che l’IA non può fare: argomentare, contestualizzare, decidere.
Ha scelto di investire in «ricerca fine a se stessa», in controtendenza rispetto a modelli orientati al profitto immediato. Non è una scommessa rischiosa?
È una scelta che difendo con un esempio concreto. Il professor Aldo Scarpa, trent’anni fa, ha cominciato a mappare i 26 tipi di tumore al pancreas studiandone semplicemente la forma. Oggi quella ricerca è entrata nelle linee guida della sanità internazionale per la tipicizzazione del tumore al pancreas, cambiando i protocolli di cura. Non era partita con quell’obiettivo, ma è proprio questo il senso della ricerca curiosity driven.
Passiamo al mercato del lavoro. Parlando con gli imprenditori veronesi emerge un cortocircuito: le aziende faticano a trovare personale, mentre i giovani guardano sempre più spesso altrove. Come interviene l’università?
Il problema è che il dialogo tra università, imprese e studenti avviene troppo tardi. Per questo abbiamo lanciato l’Agenda Territoriale Attrattiva: un tavolo permanente con imprese, istituzioni, comune e regione, per costruire alleanze che nascano durante il percorso di studi, non dopo. Il meccanismo concreto è quello della tesi in azienda durante la magistrale, con borse di merito che favoriscono un periodo di collaborazione reale.

Uno degli obiettivi del suo mandato è stimolare l’autoimprenditorialità degli studenti. Come si traduce concretamente?
Abbiamo cambiato approccio: non aspettiamo più che i ragazzi vengano da noi, andiamo noi da loro. Offriamo supporto concreto per il piano economico-finanziario, per la messa a fuoco del modello strategico, per la tutela brevettuale. Stiamo lavorando su team multidisciplinari, perché l’idea tecnologica o scientifica da sola non basta: servono competenze diverse che si incontrino e lavorino insieme.
Il rapporto con gli studenti: all’inaugurazione il Consiglio Studentesco ha sollevato critiche su costi e inclusività. Come trasforma quella tensione in collaborazione costante?
L’ascolto non è per me un atto formale: è quello che informa le scelte. Mi incontro regolarmente con il Consiglio Studentesco e con i dottorandi e gli assegnisti. È importante che siano loro a portarmi i bisogni reali degli studenti. Quando smetto di ricevere critiche, vuol dire che qualcosa non funziona.
Quali sono state le prime richieste concrete?
Una sede fisica autonoma, per cominciare. Prima le rappresentanze studentesche condividevano uno spazio con molte associazioni: non era accettabile. Adesso hanno un loro spazio con accesso autonomo. Poi sono arrivate le richieste più quotidiane, e stiamo lavorando anche su quelle.
Veniamo all’obiettivo forse più ambizioso: trattenere i giovani. Oggi un laureato su due lascia il Veneto. Come si inverte questa tendenza?
Abbiamo ribaltato la campagna di immatricolazione: il messaggio non è più vieni a studiare a Verona, è vieni a vivere a Verona. E questo si traduce in segnali concreti: da ottobre avremo mille nuovi alloggi disponibili, stiamo lavorando sui trasporti, sul bike sharing, sul bike parking. Ma la vera sfida è che lo studente abbia voglia di rimanere qui, di viverci. Per questo stiamo costruendo spazi aperti fino a tarda sera, le Agorà studentesche, l’Hub del Benessere. Quando vedi studenti di medicina e di informatica che si mettono insieme spontaneamente per organizzare una Science Night a Borgo Roma — la prima volta che succede, e sarà questa sera — capisci che qualcosa sta cambiando. Non è solo una festa: è senso di appartenenza.
E per chi viene da fuori Italia?
Stiamo progettando un corso di italiano a distanza da seguire prima dell’arrivo, e abbiamo riorganizzato l’ufficio internazionalizzazione in tre aree distinte: incoming, outgoing, welcome. L’obiettivo è ridurre i tempi burocratici e rendere più semplice arrivare e restare.
Una visione di lungo periodo, in un mondo che cambia velocemente. Come si tiene insieme l’urgenza con la pazienza che certi risultati richiedono?
Mettendo le pietre adesso, anche sapendo che i frutti li vedrà chi viene dopo. Non faccio proclami se non ho la disponibilità finanziaria per realizzarli. Ho scelto una squadra di persone che avessero già vissuto le esperienze per cui le ho chiamate: il know-how non può restare nel singolo, deve diventare sistema.