Verona per il Sì, l’Italia per il No

Oltre 250mila veronesi hanno approvato la proposta di riforma, bocciata però del resto del Paese. Affluenza record.

So che è brutto dirlo, ma il risultato di questo referendum costituzionale non ci ha sorpreso granché. Da diversi anni i referendum sulle riforme possibili del nostro ordinamento rispondono più a logiche “di pancia” dove quello che conta è affermare la propria appartenenza oppure bocciare la parte politica che ha proposto il referendum – esemplare la consultazione proposta dall’allora premier Matteo Renzi che fornì ai suoi odiatori lo strumento per abbatterlo per altra via non avendo i numeri o il coraggio per farlo in Parlamento – piuttosto che “di cervello” ovvero sui contenuti intrinsechi del quesito proposto. Crediamo sia andata così anche questa volta dubitando che improvvisamente siamo diventati tutti esperti di CSM e Costituzione Repubblicana. Una considerazione generale e poi passiamo al dato veronese. Con questo voto il tema della riforma della Giustizia passa in secondo piano e per almeno un decennio (o per sempre, chissà) non se ne parlerà più. Non che non sia un tema importante, ma evidentemente gli Italiani si fidano dei partiti politici che ritengono intoccabile questo potere dello Stato e che su questo non vogliono un diverso ordinamento. Il centrodestra ne prenda atto. Il “debito” morale con Silvio Berlusconi è saldato, gli Italiani su questo non ci sentono. Meglio tornare a parlare di cose più concrete: ad esempio, la recessione economica che è dietro l’angolo; l’inverno demografico; il deserto industriale che si sta profilando e che in questi anni di governo non è stato allontanato dagli scenari prossimi futuri del Paese. Le prossime riforme elettorali o di Governo forse è meglio rimandarle a tempi migliori. E la ragione è semplice: dobbiamo tornare a parlare di altri due voti che ogni anno vengono compiuti da una fascia non indifferente di popolazione: anziani e giovani. I primi “emigrano” in quei Paesi dove regimi fiscali più favorevoli consentono loro di vivere in condizioni più dignitose di quelle che offre l’Italia con le sue pensioni; i secondi vanno a prendere all’estero quei contratti e quegli stipendi che l’Italia non sa o non vuole offrire. L’ascensore sociale porta i suoi beneficiari oltre confine a rendere più ricche nazioni che nelle scelte professionali non guardano alle tipiche relazioni italiane, ma alla forza dei curricula e dei titoli di studio.

Centrodestra ritorna unitario. Competizione e cooperazione: si cerca un modello per le prossime amministrative

Parliamo di decine di migliaia di Italiani che ogni anno “votano” con la propria valigia contro il modo di gestire questo Paese e che non rientreranno (l’INPS che va alla caccia di pensionati è una cosa vergognosa per una democrazia liberale) se non cambierà qualcosa, realmente. Quindi, arrivati a questo punto è bene che questa pagina venga girata e che si torni a guardare ad altri dossier: dall’energia (che gli Italiani si sono condannati a pagar di più grazie alla scelta scellerata del no-nuke) alla capacità di attrarre nuove imprese e nuovi lavoratori qualificati, alla salvaguardia del territorio, alle infrastrutture che sono ancora deficitarie rispetto alle necessità del Paese. Abbiamo dedicato alla Giustizia anche troppo tempo. Sarà una battaglia per una prossima generazione politica. Veniamo alle considerazioni più veronesi. Il centrodestra ha lavorato molto, probabilmente come non mai, in tutta la provincia scaligera per ottenere un risultato importante. E questo lavoro ha pagato: il 64% circa degli elettori è andato a votare – cinque punti in più della media nazionale – e di questi il 62% – anche qui, circa, ma i tempi di chiusura de La Cronaca sono tiranni e non ci permettono di aspettare il dato definitivo – ha votato sì alle riforme costituzionali proposte. Il centrodestra – è una notizia – è persino riuscito a non dividersi e sebbene non siano stati molti gli eventi “comuni” lo sforzo di tutti i partiti, dei parlamentari, dei consiglieri regionali e locali, è stato palpabile. Prova ne è che oltre 250mila veronesi hanno seguito le loro indicazioni ed oggi rappresentano uno zoccolo importante per le prossime elezioni amministrative. Dove molto hanno fatto le presenze sul territorio: nei Comuni dove la campagna per il sì è stata guidata personalmente dai rappresentanti istituzionali del centrodestra l’affluenza è stata maggiore ottimizzando il dato politico delle urne. Tradotto è la conferma che lavorando sul territorio, pancia a terra, i risultati arrivano e questo può essere un campanello d’allarme per le amministrazioni di centrosinistra che andranno al voto quest’anno o il prossimo come il Comune di Verona. L’unica incertezza, infatti, è vedere se il collante di tanto lavoro sia stato un approccio nuovo, competitivo ma di cooperazione, utile anche per le prossime scadenze elettorali oppure sia stato un lavoro fatto soltanto per obbedire alle dirigenze romane, esclusivamente per non fare brutta figura, per non risultare fra i “lavativi” da punire alle prossime tornate elettorali. Nel primo caso, la partita è già chiusa; nel secondo, la partita – quella vera – è in pieno svolgimento a tutto vantaggio delle amministrazioni in carica. Vedremo cosa diranno al riguardo le prossime settimane.