Verona, specchio d’Italia

(di Virginia Marchiori)

C’è un luogo in Via Campo Marzo 32, a Verona, dove ogni giorno ci si misura tra i diritti scritti nelle leggi e quelli che le persone riescono davvero a esercitare. È il Community Center Verona, un progetto di One Bridge To, associazione che da dieci anni lavora sulla rotta balcanica a supporto delle persone migranti. Il suo Report 2025, presentato giovedì 18 giugno in occasione della Giornata mondiale del rifugiato, è un documento che parla sì di numeri, 1.853 colloqui, 731 persone accolte, 517 nuovi utenti, ma soprattutto di un sistema pubblico che, in molti punti, non riesce più a reggere.
Chi bussa alla porta del Community Center
Verona non è una città qualunque nel panorama migratorio italiano. Con 112.117 residenti stranieri, pari al 22% dell’intera presenza straniera in Veneto. Eppure questa presenza radicata, spesso presente da decenni nei settori agricolo, manifatturiero e logistico, continua a incontrare ostacoli strutturali che non dipendono dalla volontà delle persone, ma dal modo in cui le istituzioni funzionano, o non funzionano.
Chi si presenta allo sportello del CC è prevalentemente un uomo giovane: quasi due nuovi utenti su tre hanno tra i 21 e i 40 anni. La nazionalità più rappresentata è quella marocchina, che da sola costituisce il 23% degli accessi totali. Seguono Pakistan e Tunisia, poi Bangladesh e Afghanistan, una presenza coerente con l’aumento degli arrivi di rifugiati dopo il ritiro delle forze internazionali dal Paese, e ancora Senegal, Mali, Burkina Faso, Algeria e Nigeria: una mappa che rispecchia crisi climatiche, conflitti e politiche migratorie europee.
Significativa anche la presenza di 67 cittadini italiani, a conferma che il CC non è un servizio per stranieri, ma per chiunque si trovi in una condizione di marginalità.
Il profilo di chi arriva racconta una precarietà diffusa: il 69% è disoccupato al primo accesso, il 27% è senza fissa dimora, il 24% vive in affitto senza contratto. Le donne rappresentano l’11,6% dei nuovi utenti e portano spesso vulnerabilità multiple, come nuclei monoparentali, storie di tratta e fragilità abitative, che richiedono percorsi più articolati. Il centro lavora anche con persone migranti LGBTQIA+, per le quali alle difficoltà della migrazione si aggiungono discriminazioni specifiche e ulteriori barriere di accesso.
I decreti che complicano le vite
Due provvedimenti nazionali hanno segnato il 2025 in modo particolare, e il Community Center di Via Campo Marzo ne ha intercettato gli effetti ogni settimana. Il Decreto Cutro ha ristretto l’accesso ad alcune forme di tutela e reso più difficile la conversione dei permessi di lavoro, aumentando i casi di persone bloccate in una condizione documentale incerta. Nel 2025, secondo i dati del centro, questi casi hanno rappresentato l’8,1% dei nuovi utenti.
Il Decreto Flussi, nato per favorire gli ingressi regolari di lavoratori stranieri, in molti casi si è trasformato in un percorso fragile, esposto a intermediazioni opache e a promesse di assunzione che non si concretizzano.

Cosa fa il Community Center e perché è necessario
Il CC non è un’alternativa allo Stato. È, di fatto, un luogo che permette a molte persone di accedere a diritti che esistono sulla carta, ma che richiedono competenze, tempo, conoscenza della lingua e strumenti digitali per essere esercitati.
Lo sportello socio-legale ha gestito 800 accessi nell’ambito legale nel 2025. La voce più richiesta è il permesso di soggiorno, con 313 pratiche, perché i tempi della Questura di Verona per i rinnovi hanno spesso superato l’anno, lasciando le persone in una zona grigia: sono tecnicamente regolari, ma di fatto bloccate.
Solo il 3,4% dei casi si risolve con un invio verso un servizio esterno. Non perché il CC voglia fare tutto da solo, ma perché i servizi a cui si dovrebbe rinviare sono spesso difficilmente accessibili: liste d’attesa, prenotazioni digitali che richiedono uno SPID non sempre attivabile, assenza di mediazione linguistica.
Lo sportello lavoro ha accompagnato 47 persone verso un’occupazione regolare nel corso dell’anno, un risultato che, spiega il report, è quasi certamente sottostimato perché chi trova lavoro spesso non torna a comunicarlo. Tra gli altri servizi offerti dal CC c’è la scuola di italiano, che ha gestito 336 iscrizioni su tre cicli, lasciando però 126 persone in lista d’attesa. Quasi la metà degli iscritti era in attesa del permesso di soggiorno al momento dell’iscrizione: il CC garantisce l’accesso ai corsi indipendentemente dallo status documentale, perché la formazione linguistica è un diritto sancito dalla normativa europea sull’accoglienza.
Un modello che funziona grazie alle persone
Tutto questo non sarebbe possibile senza un’infrastruttura umana che va ben oltre l’équipe retribuita. Nel 2025 il CC ha potuto contare su 25 volontari e volontarie, per circa 4.700 ore annue di lavoro gratuito, oltre a 10 tutor buddy del progetto TRAME, il programma di community matching finanziato da Fondazione Cariverona che coinvolge cittadine e cittadini veronesi in percorsi con persone in condizione di marginalità, per costruire relazioni di accompagnamento reale.
Il fatto che il 49% dei nuovi utenti sia arrivato al CC per passaparola è un dato che va letto come un indicatore di fiducia, non solo come una statistica: significa che qualcuno, dopo essere passato dallo sportello, ha indicato a qualcun altro dove andare, sapendo che lì avrebbe trovato ascolto.
Perché riguarda tutta la cittadinanza
I dati del Report 2025 non parlano solo di chi vive in condizioni di marginalità. Parlano di come funziona, o non funziona, il sistema pubblico di welfare e accoglienza nella nostra città.
Ogni persona che rimane bloccata in un limbo documentale è una persona che non contribuisce pienamente all’economia locale, che non paga tasse su un reddito regolare, che non può accedere pienamente a cure o servizi e che resta esposta allo sfruttamento.