Boomer a rischio meme

(di Virginia Marchiori)

C’è un paradosso al cuore dell’informazione italiana: non siamo mai stati così connessi, eppure il 21° Rapporto Censis sulla Comunicazione, pubblicato il 28 aprile 2026 con Intesa Sanpaolo, Mediaset, Rai e TV2000, certifica che la fiducia nei media tradizionali ha toccato un nuovo minimo storico.
Il titolo del Rapporto è già un verdetto: L’informazione nel mirino. E non è solo una metafora: 129 giornalisti uccisi in zone di conflitto nel 2025.
Ma c’è un attacco che viene dall’interno del sistema, dal patto non scritto spezzato tra chi produce notizie e chi dovrebbe consumarle.

La carta cala, la radio resiste
Solo il 21% degli italiani legge ancora un quotidiano a pagamento, meno della metà rispetto al 2007. Anche la TV tradizionale scende sotto l’80%.
L’attenzione non sparisce, ma si sposta sulla web TV (62%) e la mobile TV (39%). In questo terremoto mediatico sopravvivono due insospettabili: i libri cartacei, in leggera crescita oltre il 42%, e soprattutto la radio, granitica al 78%, che resiste perché non chiede attenzione esclusiva, non impone uno schermo, si adatta al tempo frammentato della routine quotidiana.

Un’informazione divisa per generazioni
Le diete informative cambiano radicalmente con l’età. I 14-29enni si informano via Instagram (29,9%), telegiornali (26,1%), motori di ricerca (24,4%) e TikTok (23,9%): in questa fascia Spotify è l’app musicale più scaricata, segnale della centralità dell’audio on demand nell’esperienza mediale giovanile, anche se il rapporto non misura il consumo di podcast come fonte informativa vera e propria. I 30-44enni gravitano su Facebook (41,4%) e TG (35,6%). Nella fascia 45-64 il telegiornale torna primo (44,5%). Tra gli over 65 domina, con il 67,4%, una fruizione ancora legata alla logica broadcast, lineare e sequenziale. Quattro generazioni, quattro ecosistemi mediatici diversi.

Reel e video brevi: consumo
I reel e i video brevi occupano uno spazio crescente, ma il 39,8% di chi usa i social li guarda in modo distratto e marginale, come sottofondo, non come fonte. Il 23,6% li ritiene superficiali, il 21,3% raramente utili. Eppure sette italiani su dieci li includono nel proprio universo informativo, e una quota ne apprezza l’immediatezza (18,6%) e il coinvolgimento (13,1%). Il consumo distratto prevale tra gli over 65 (43%), ma l’attenzione frammentata è un problema trasversale a tutte le età.

I meme battono le agenzie di stampa: e i Boomer ci cascano
Il 23% degli italiani, e il 31% tra i giovani, scopre una notizia di attualità, politica e cultura attraverso i Meme. L’umorismo abbassa le difese critiche e veicola frame interpretativi prima che scatti la verifica. Il dato più interessante è che chi subisce di più l’influenza dei Meme sulla propria visione politica non sono i ragazzi (10%), ma gli over 65 (18%). Cresciuti con il paradigma «se è stampato è vero», risultano i meno attrezzati davanti al linguaggio social.

Social detox: fuga reale o illusione di controllo?

Il 38% degli utenti italiani ha sentito il bisogno di disconnettersi. Le ragioni sono distrazione, ansia da confronto sociale, bisogno di privacy. Ma il digital detox rischia di diventare un prodotto delle piattaforme stesse: TikTok propone video su come smettere di usare TikTok, i social offrono pacchetti di «benessere digitale» che restituiscono un’illusione di controllo senza mai spingere realmente l’utente fuori dall’ecosistema. In parallelo, il 18% migra verso community di nicchia, per lo più 40-64enni, in cerca di spazi dove sia ancora possibile un discorso approfondito.

L’intelligenza artificiale entra in redazione
Il 62,5% delle aziende editoriali europee usa già l’AI per generare contenuti in autonomia, non solo per correggere le bozze. Alcune redazioni pubblicano addirittura sezioni intere senza intervento umano; la radio polacca Off Radio Kraków ha sperimentato conduttrici artificiali capaci di simulare persino l’empatia. L’IA potrebbe arrivare a sostituire l’editorialista. La selezione dei fatti, la gerarchia delle notizie, il frame narrativo sono funzioni che un algoritmo già svolge a costo quasi zero. Rispetto all’introduzione dell’IA nei giornali come unica fonte di informazione, il pubblico è spaccato: il 61,6% è contrario, rivendicando la sensibilità umana e temendo fake news e informazione; ma un fiducioso l’8,3% accetterebbe notizie prodotte esclusivamente da macchine, senza alcuna supervisione.

Un cittadino attivo in cerca di ancoraggio
Negli ultimi anni, la centralità di conflitti e guerre ha ridefinito la rappresentazione mediatica della realtà. Si è passati da guerre “a bassa intensità” a uno scenario di “guerra permanente”, spesso ibrida o virtuale, che ha modificato gli equilibri internazionali e messo in crisi il diritto internazionale. Questo contesto ha inciso profondamente sull’informazione, indebolendone sia l’indipendenza, sia la percezione da parte del pubblico, già segnata da un calo di fiducia. L’informazione è nel mirino, come bersaglio diretto nei conflitti ma anche come oggetto di critica per mancanza di indipendenza e perdita di credibilità. Ne deriva una crescente tendenza degli individui a cercare, o produrre, notizie al di fuori dei canali tradizionali, sfruttando le potenzialità del digitale. Il pubblico non è passivo: il 59,5% evita i media mainstream, il 60% cerca notizie su temi ignorati dai grandi circuiti, il 65% fa fact-checking anche sulle fonti alternative. Il rischio è un esaurimento cognitivo cronico. Il 25% pagherebbe per un’informazione davvero indipendente. La domanda c’è, l’offerta credibile scarseggia, e la fiducia, una volta persa, è difficile da riconquistare.